— Su chi?
— Non le saprei dire; io non ascolto nemmeno. Ne ho viste tante!...
Entraron Beppe Cianella e Franco Spada, per la partita di dómino che in estate usavano fare ogni giorno, dopo la colazione. Il primo finse di non vedere il Del Ferrante, l’altro di lontano gli disse:
— Addio, come va?
E si sedettero in fretta nel solito angolo. Pietro portò la scatola del dómino. Mentre giocavano, Arrigo li intese parlar fra loro animatamente; s’avvicinò, studiandone le fisionomie; ma l’uno e l’altro, con la fronte raccolta nella mano, finsero d’essere occupatissimi al loro gioco.
Arrigo si mise a cavalcioni d’una seggiola, vicino ai due giocatori.
— Che novità? — fece.
— Peuh... nessuna! — rispose velocemente il Cianella. E disse allo Spada: — Da questa parte ti chiudo col cinque: pesca!
Sopravvenne un certo Ugo Fiorini, biondo e miope, sempre mezzo assonnato, che occupò súbito il divano sul quale usava ogni giorno fare la siesta; poco dopo entraron Lanzo Malatesta e Carletto Santorre con Totò Rígoli.
— Eh!... alla buon’ora! si levano i morti! — gridò quest’ultimo al Del Ferrante. — Mi avevano detto che ti eri imbarcato per le Indie, partito per il Polo, andato in cerca d’una miniera... Invece sei qui. Si voleva già mettere il tuo nome nell’elenco dei soci onorari... perbacco!