— Ho passato i ventun anno ormai, caro babbo. E ti prego di non scordare che ogni uomo ha il diritto, a una certa età, di vivere secondo le proprie inclinazioni. Puoi, se ti piace, sospendermi quel piccolo assegno mensile, che forse ti costa un sacrificio, e puoi anche mettermi fuori di casa, qualora tu lo voglia: ma devi lasciarmi intera la mia libertà, perchè, di questa, non intendo far sacrifizio a nessuno.

Il padre non seppe che dire; gli lasciò l’assegno, se lo tenne in casa, e parve non curarsi più di lui. Ma c’era l’altro, il Riotti, che aveva man mano riprese le vecchie abitudini e ficcava il naso in tutti gli affari de’ suoi vicini. Per un tacito accordo, egli ed Arrigo evitavano sempre di rivolgersi la parola, ed anche d’incontrarsi, quando potevano farne a meno. Ma ora che il giovinotto pareva prendersi a gabbo la faccenda del matrimonio, e di tutt’altro si curava che d’essere il fidanzato dell’Eugenia, il farmacista non seppe tacere più a lungo, ed una sera fece pregare padre e figlio di venire in bottega da lui. Era presente anche l’Eugenia, la quale si faceva rossa come fuoco non appena udiva pronunziare il nome d’Arrigo. Costui venne con la sigaretta in bocca, senza mostrare il minimo impaccio, senza parere affatto compreso della solennità con cui l’accolse il Riotti. Questi entrò súbito nell’argomento.

— Per mia norma vorrei conoscere il giorno che avreste fissato per il matrimonio, — disse con voce beffarda, fissando l’uno e l’altro con aria di provocazione.

— Caro amico, — Arrigo rispose con spavalderia, — credete forse che si prenda moglie come si beve un bicchier d’acqua? Ci vuol tempo a riflettere. Quanto al giorno, francamente, non vi ho per ora nemmeno pensato.

S’udì la seggiola che portava il peso del Riotti scricchiolare sinistramente.

— Di questo non dubitavo! — disse. — Ma è per potervi pensare insieme che vi ho pregati di venir qui.

— Mio caro e buon Riotti, — l’interruppe Arrigo, — lasciamo le pompe, i modi magnifici ed il tono d’accademia; discorriamo da buoni amici, con semplicità. Finora ho evitato di venirvi a parlare perchè mi sentivo in colpa verso di voi e non volevo sprecare molte parole inutili. Ho commesso una sciocchezza, ed ora che l’occasione si presenta, ve ne chiedo scusa; di tutto cuore ve ne chiedo scusa.

Obbligatissimo! — borbottò l’altro, un po’ sorpreso tuttavia.

— Ma, quando si è fatto il male, chiederne scusa non vuol dir nulla; bisogna ripararlo piuttosto, ed io sono pronto a farlo, se così vi piace. Solo vi pongo una domanda: Come posso io prender moglie? In che modo le darei da mangiare?

L’altro volle interromperlo.