Appunto era capitata lì, nel teatrucolo dov’ella cantava, una danzatrice Tunisina, la quale, sotto il pretesto di esibire certe figurazioni estetiche, si mostrava in scena sconciamente nuda, con un gran dimenìo d’anche formose, una bella curva di reni, una ricca plastica di poppe arrossate, sotto lo schermo di pochi veli. Fece chiasso; la sala per tutta la quindicina rigurgitò. E gente venne che per solito non bazzicava in quel teatro, gente che poteva, senza ledere il suo prestigio, dare una capatina in quei ritrovi equivoci, a brigate di cinque o sei, farvi un rumore indiavolato e poi andarsene via con un affettato sorriso di noia. Venivan taluni con le loro amanti, lucide di gioielli, ondose di piume, e le povere cortigianelle di quel teatro suburbano tutta sera stavano a rimirarle con occhi affascinati, quasi fosser idoli.

Miris la Tunisina eseguiva una danza del ventre in verità irritante, che poteva qualche strano miracolo anche sui noiati ammiratori delle danze di Salomè, ed aveva, come disse argutamente uno scultore allora in voga nei cenacoli cittadini, «le più belle ginocchia di maomettana che mai fosse stato lecito vedere sopra un altare della cristianità.»

Quando molti l’ebbero goduta, un uomo dabbene, calvo di cranio e ricco d’esperienza, che aveva una fonderia di metalli ed era qualcosa nelle cariche del Comune, la tolse dalla scena e se la fece sua. Sua, beninteso, come piace o come torna comodo a questi noleggiatori di donne, che si recano a trovarle prima del pranzo in vettura chiusa e vi tornan la sera, imbacuccati nella pelliccia, quando non devon accompagnare a teatro la consorte, ahimè, legittima. Consuman poco e pagan bene, lasciano forzatamente una grande libertà, sono la vera provvidenza delle donnine allegre e di tutti coloro che, per spender meno, accettano i ritagli di tempo e divengono «amanti del cuore.»

Miris fu la prima donna, forse l’unica donna, che Arrigo pagò. Ma era Tunisina, e gli parve con questo di umiliarsi meno. Se n’era fortemente incapricciato per quel sapore che aveva di lussuria esotica, ed una sera la condusse a cena. Fu male forse, perchè la Mercedes non meritava questo affronto. Ma egli sperò che la Mercedes nulla ne sapesse. Purtroppo invece non mancò il premuroso informatore.

Ella non si morse le dita nè si strappò i capelli, ma con quella bella risolutezza delle donne di temperamento, appena vide Arrigo, gli lasciò andare due stupendi manrovesci, e mamma Gilda si mise a ridere di così buon cuore che Arrigo non seppe più se dovesse imbizzarrirsi o riderne a sua volta.

Del resto era stanco della Mercedes; ella dal canto suo, cominciava col noiarsi di quella vita monotona, che le faceva perdere molte buone scritture: l’occasione si presentava propizia, e da quel giorno non si videro più.

Ma lo sorprese l’uomo dabbene in casa della Tunisina, certa volta che vi capitò fuor d’ora. E in letto li sorprese, che prendevano il caffelatte verso le due del pomeriggio, con un appetito invidiabile. Colui si chiamava Cesare Farra; era un uomo senza nervi, con una lanugine ancor biondiccia intorno al mento grasso, le labbra tumide, gli occhi piccoli e furbi sotto gli occhiali a cerchio d’oro. Non si scompose, non si meravigliò; chiese venia del disturbo, e da quell’uomo d’affari ch’egli era, tratto di tasca il portafogli, liquidò seduta stante il suo debito con la Tunisina. Miris, per urbanità voleva infilarsi la vestaglia ed accompagnarlo almeno fino all’uscio. Ma egli rispose che conosceva la strada, e se ne andò com’era venuto.

Che fare? La Tunisina era donna di spirito e non perdette il tempo in querimonie vane.

— In fondo in fondo preferisco ballare! — disse ad Arrigo che cercava di scusarsi. — Poi, se non fosse capitato con te, sarebbe capitato con un altro... Dunque non ci badare.

E siccome avevan sonno ancora, spenser la lampadina e beati si riaddormentarono.