Non più le carte amava nè l’alea che tende i nervi e tien sospeso il respiro sopra il sorteggio d’un punto; ma s’era invece prefissa una nitida volontà di vincere, di afferrar nel suo pugno quel denaro che tanto gli era necessario per i suoi prossimi destini. Conosceva i suoi compagni di gioco, aveva esercitato sopra ognun d’essi un esame acuto, e quand’essi, eccitati o stanchi, nell’ore tarde rincorrevano il denaro perduto, egli, che tutta sera aveva temporeggiato, apriva sagacemente la sua battaglia senza lasciarsi vincere da alcuna ingordigia nè distogliere da alcuna pietà. Si era persuaso che al giuoco pure, come nell’altre contese della vita, la fortuna conta per molto ma il carattere fermo vale ancor più. E da qualche tempo la sorte lo compensava di aver fiducia in sè stesso più che in lei. Durante gli ultimi tempi aveva raggranellata una considerevole somma.

Allora donò al fratello Paolo tutta la sua guardaroba d’elegante suburbano e si fece rinnovare le squamme dai primi abbigliatori della città. Sapeva che sarti e calzolai creano la più immediata, forse la maggior distinzione fra uomo ed uomo, poichè, in questo mondo bizzarro, che vive d’apparenza e si pasce d’esteriorità, il prossimo fa sempre miglior viso al cerretano bene agghindato che non al galantuomo il qual non cura l’eleganza de’ suoi modi e del suo vestire.

Allora cominciarono a giungere nella modesta casa dell’occhialaio fattorini e commessi, che portavan pacchi enormi, ben ravvolti in una carta soffice, dalla ditta vistosa; le sorelle accorrevano a guardare con una curiosità mista d’invidia quelle meraviglie che il ricco fratello si comandava per i suoi diletti.

Con questi abiti nuovi, con queste camice fine, che la mamma non avrebbe osato affidare alla lor semplice lavandaia, con quelle scarpine lucide, odorose di buon cuoio, con que’ fazzoletti sottili come tele di ragno, con que’ capelli tirati a lustro, d’una forma un po’ eccentrica, e tutto quel lino e tutta quella seta e tutta quella buona materia delicata, rara, odorosa, — una specie di aureola s’involse intorno al primogenito. Ne furono tutti sorpresi, ed un poco anche il padre, quel buono semplice padre, che non poteva scordarsi d’aver concepita sopra il suo primogenito qualche speranza veramente ambiziosa.

— Ho vinto al giuoco, — questi raccontò, per spiegare ogni cosa. E siccome non era punto avaro, dispensò regali ad ognuno.

— Bada, — lo ammoniva il padre: — oggi si vince, domani...

— Domani si può vincere ancora.

E spiegò al padre che il giuoco è un affare, come ogni altro affare, dove il sangue freddo ha onestamente ragione dei nervi altrui. Poi sapeva, a tempo e luogo, essere carezzevole, persuadente; nella casa, nonostante i suoi continui malanni, si era sempre nutrita per lui una certa predilezione, ed ora, con quella coscienza pieghevole della gente borghese, finirono con pensare che in fondo, se gli riusciva di menar la vita del gran signore senza commettere alcunchè di male, non bisognava poi dargli torto nè condannarlo per partito preso. Faceva piacere a tutti vederlo uscire, attillato e azzimato come un damerino, sapere che alle volte pranzava nei ristoranti più cari e si metteva l’abito nero per andarsene a teatro in poltrona. Che buon profumo avevano, in quella retrobottega odorosa d’aglio, i suoi fazzoletti fini, quando se li toglieva di tasca! S’era cambiata la pettinatura, il taglio dei baffi, il modo di camminare, il modo di fumare la sigaretta, e pareva quasi che parlasse una lingua più forbita, che gettasse un riverbero d’eleganza su tutte le cose ch’erano intorno a lui. Questo era avvenuto rapidamente, in pochi mesi. Ognuno si sentiva quasi lusingato d’avere un vincolo di parentela con lui, e da quella trasformazione ognuno sperava di poter trarre un suo particolare vantaggio. Il padre avrebbe forse potuto in séguito risparmiare quell’assegno mensile che gli faceva un gran vuoto in cassa; la madre e le sorelle contavano di tempo in tempo su qualche regalo costoso; il fratello, quel buon Paolo sempliciotto e modesto, era il solo forse che in verità non sperasse nulla e che osservava tutte queste cose con un certo sdegno indifferente.

Il Riotti, che di lontano aguzzava l’occhio a tante novità, non osava dir nulla in modo aperto, ma obliquamente faceva certe sue grandi prediche velenose contro le bische, i nottambuli e le donne di malaffare.

Con la Mercedes era capitato un guaio. Buona ma gelosa, disinteressata ma piena d’amor proprio, come tutte le donne venali quando si dànno per amore, aveva tollerato, sì, che Arrigo rendesse incinta una ragazza per bene, perchè le signorine, via, quasi non contano, e tutto questo era stato, come diceva lui, uno scherzo... ma non poteva mai, mai, tollerare che le si facesse un torto con donne del suo mestiere, perchè in tal caso, oltre la gelosia, c’entrava lo scredito e c’erano in più le beffe.