Ma la Ruskaia era veramente quella invincibile torre eburnea che riesce a disperare la pazienza de’ più accaniti assalti. Li conobbe, li accolse, ne adulò alcuni, altri ne derise: fu soverchiata di mazzi di fiori, fu tempestata di lettere d’amore, non ebbe che a scegliere fra chi le offriva denaro, passione o protezioni; la sua casa fu vigilata, la sua vettura inseguita, il suo camerino ingombro, ma tuttavia nessuno l’ebbe. E questo fu noto, se per taluno millantò.

La cosa impensieriva. Ne fu discusso a lungo, anche nei palchi, durante le visite che si facevano alle belle signore.

Gli ingenui, e furon pochi, si persuasero della sua naturale onestà; i romantici la credettero innamorata; gli esperti immaginarono che aspettasse il bue d’oro; i maligni la supposero malata.

Non era così, affatto. Amava l’arte, il canto, la sua bella voce, i libri snervanti, i viaggi lontani, le immaginazioni tormentose. Aveva tanto denaro da non saperne che fare, tanti gioielli ch’era quasi fatica doverli custodire. Non era nè onesta nè innamorata nè avida nè malata; ma non voleva darsi vanamente, senza esaltazione e senza scopo, così, al primo venuto. Preferiva inasprire i più vivi desiderii col suo pertinace rifiuto che assoggettarsi ad un mediocre amore; poichè nel letto solitario d’una donna bella, ove serpeggia di notte l’insoddisfatta bramosia di molti sconosciuti forse qualche brivido passa, più voluttuoso e più torbido che la medesima voluttà. Poi era noiata: quel Pascià ricco e geloso l’aveva ridotta quasi all’esasperazione; avrebbe potuto domandargli la valle del Nilo, ed egli le avrebbe data la valle del Nilo. Era fors’anco un uomo piacevole, ma con quel po’ di sangue turco che gli era tuttavia rimasto sotto le pelle europea, non le concedeva mai pace. Erano avvezzi ancora alle donne velate, laggiù. Un bel giorno ell’aveva di nascosto fatto i bauli, complice la sua cameriera, ed insieme se n’erano fuggite via. Sapeva che il Pascià ne avrebbe forse pianto come un bambino, ma questo pensiero non la trattenne. Per ora voleva soltanto cantare, darsi all’arte, mettere tutta l’anima sua nell’interpretazione della musica, e venne perciò in Italia, dove non aveva cantato ancor mai.

Del resto si sarebbe anche abbandonata, se ne avesse avuto appena il desiderio. Ma invece passava una crisi, una di quelle sue crisi che le avvolgevano d’inerzia i sensi, le fasciavano le vene in una specie di torpore delizioso. Trascorreva il tempo libero studiando l’italiano, questa lingua musicale che rende più armonioso il canto; e per quella facilità nell’apprendere i linguaggi ch’è comune agli slavi, i suoi progressi eran veloci. Di natura un po’ nomade, amava i cieli diversi e le diverse vite. A stagione chiusa, avrebbe fatto un giro per l’Italia; voleva conoscere questa terra leggendaria, questo paradiso emerso dal mare con un destino di fiori e di sole. V’era giunta, per vero dire, con una certa curiosità degli uomini d’Italia, poichè non v’è donna straniera che non ne abbia tacitamente sognato, ripensando alle infinite leggende che ne raccontano i libri d’amore.

Quelli che aveva conosciuti fino allora, in quel principio di stagione, l’avevano per vero dire alquanto delusa. Su per giù li trovava come tutti gli altri; un poco più vivaci, un po’ meno corretti, con qualche indolenza felina, qualche sgarbo simpatico, una certa spavalderia nel trattare con le donne, il denaro facile, il lazzo qualchevolta triviale. Ma insomma eran gli stessi che altrove, vestiti sul figurino di Londra, con le stesse pettinature lustre di pomate, i baffi tagliati a fil di labbro, lo sparato impeccabile, un grande fiore all’occhiello... E poi? Si era costrutta nella fantasia un bruno tipo di maschio, tutto vibrante come una musica concitata, un tipo di possessore impetuoso e dolce, con lo sguardo pieno di menzogna, di crudeltà e di carezze, con la voce ch’entrasse fin nell’anima, subdolamente, come un veleno. E qualche volta sognava di sdraiarsi vicino a lui, tutta morbida, tutta pigra, con un gran desiderio di sentirsi prendere... Ma erano cose recesse, fuggevoli, che accarezzava con la fervida immaginazione, quasi per divertire la capricciosa bambina ch’era nascosta in lei.

Arrigo la vide per la prima volta sulla scena, e tornò a casa irritato, svogliato, alla fine dello spettacolo, soffrendo quel male sottilissimo che una donna appena intravveduta lascia qualche volta in noi. La sua voce gli era penetrata nell’intimo, gli si aggirava nell’eco dell’anima come una tormentosa carezza; la sua figura, i suoi gesti, quel suo camminare lento e quasi guardingo, gli si avvincevano alla memoria dei sensi con un voluttuoso piacere.

Egli non era facile all’amore; ma i sensi talvolta gli si accendevano d’improvvise demenze, prostrandolo in una specie d’ebetudine dolorosa, che aveva il triste fuoco ed il profondo malessere dell’amore. Qualche volta gli pareva di nascondere in sè un nemico terribile, che avrebbe d’un tratto potuto soverchiarlo, annientarlo, e questo nemico egli non conosceva; ma gli pareva che fosse una forza oscura, insidiosa, un male antico, ruggente nell’intimo delle sue fibre, come un rumore d’acque sotto una terra che ha sete. E v’eran giorni che un gran buio gli si addensava nel cervello, pieno di fiamme indistinte, guizzi di cose non vedute, non sapute, balenii di gioie formidabili, ombre di peccati senza nome.

V’eran giorni che tutta la sua gioventù si stancava d’una stanchezza enorme, si perdeva in un vuoto di cose più alte che il desiderio, più forti che la possibilità, e il gran tumulto dell’anima gli traboccava nel cerchio delle vene, martellando, rombando, con una piena sì forte, che gli pareva non ci fosser argini per contenerla tutta in sè. Qualche volta gli pareva insieme di odiare acerbamente sè stesso e la sua vita mediocre, il padre, la madre, che l’avevan generato fra così bassa gente, la sorte che lo aveva chiuso fra così anguste pareti. Poi tutto si placava; la sua fredda e nitida volontà riprendeva il sopravvento. Agli ozii dell’anima sua non aveva concesso che un amore: la musica; e tra le ansie del gioco, tra l’imperioso bisogno di denaro che talvolta lo assillava, questo amore puro e nascosto si accresceva continuamente in lui, metteva luce, vita, calore, nel silenzioso gelo del suo spirito, lo inebbriava di sentimento, era la sua voluttà spirituale.

Leggendo, ascoltando, frequentando i concerti, s’era formato una piccola erudizione musicale, che da sè stesso andava elaborando con la sua straordinaria sensibilità. Prendeva sempre lezioni di violino, ma nascostamente da’ suoi, nascostamente dagli amici, quasi vergognandosi del fatto che un uomo ruvido e forte com’egli voleva essere potesse chiudere in sè una passione così delicata.