Ora la Ruskaia, con il suo canto, con la sua strana bellezza, lo aveva prostrato in una di queste crisi torbide. Ritornò ad ascoltarla, per meglio imbeversi della sua voce, per saturarsi del suo malefico prestigio, e venne via più triste, più solo, perchè intorno a quella donna bella come un sogno si accendevano quadri di vita maravigliosa, quadri nuovi ed abbaglianti, ov’ella signoreggiava, tra uno sciupìo di ricchezze, tra un nembo di splendente irrealità.
Intorno a lei era quel color di vita che pare ai lontani quasi una favola, e per altri uomini ella era fatta, per altri che possedevano il privilegio di tutte le cose a lui negate. Non un amore desolato nasceva nel suo spirito, ma un imperioso desiderio di possederla, d’impadronirsene come d’una bella preda e profumare la sua vita povera con la fragranza delicata che veniva da lei. Cercò di sapere dove abitasse; lo seppe, l’attese, la vide, gli piacque ancor più. Ella divenne il suo capriccio, l’assedio delle sue notti, il rifugio de’ suoi pensieri.
Gli parve d’esser ancor prematuro ad un’ambizione così grande, ma per ciò appunto quest’ambizione gli piacque, sapendo che spesso nella vita il maggior premio tocca alla maggiore temerità.
Quando una risoluzione gli era entrata nell’animo, egli non indugiava, non esitava un istante nel compierla.
Si mise lungamente a ragionare fra sè.
Non aveva denaro da offrirle, non amicizie dalle quali farsi condurre fino a lei, non era un critico d’arte, non era un giornalista, non era insomma alcuno di que’ molti che per ragioni di mestiere hanno a che fare col palcoscenico; non poteva contare che su la propria persona e su la propria scaltrezza. Era cosa per lui difficile poterla avvicinare, foss’anche di sfuggita. Nel medesimo tempo non voleva piombarle addosso come un inseguitore stradaiolo nè parerle uno di quegli innamorati clandestini e feroci che piantonano le portinerie.
Bisognava dunque aver l’aria d’incontrarla per caso, e d’inseguirla, sia pure, ma come per caso, e farsi notare da lei senza darle noia, e piacerle sopra tutto per una di quelle subitanee simpatie che nascono dalle più futili cose. Bisognava esser agile, destro, paziente, trovar la maniera di esprimerle un desiderio più profondo che la curiosità, mostrarle una timidezza non ridicola ed insieme un’audacia rispettosa.
Quel giorno faceva un bel sole. Ogni strada era limpida; l’anima della città brillava. Ella era uscita di casa, a piedi, verso le tre del pomeriggio. Portava un abito di panno scuro, che tra mantello e gonna formava tre balze distanti, con un triplice orlo di pelliccia scura; la medesima — forse un dorato zibellino — che le formava intorno al collo un boa leggero, le guerniva il cappello, e si scioglieva nell’ampiezza d’un manicotto voluminoso.
Forse nelle caviglie flessibili, forse nelle ginocchia dolcissime, nella cintura svelta, nel collo morbido, forse in tutte le sue giunture delicate, aveva quella grazia inimitabile del camminare, quel suo leggiadrissimo segreto di agilità. La seguì egli di lontano, irresoluto. Ella si fermava ogni tanto alle vetrine, ogni tanto entrava in un negozio, usciva, riprendeva la sua passeggiata pomeridiana, godendo il bel sole. Egli le stava dietro, quasi presso; udiva il suo piccolo tacco battere sul marciapiede con un ritmo veloce; udiva quel rumore tepido di pelliccia e di panno, che veniva da lei commisto a profumo.
La vide entrare da un fiorista; egli si fermò davanti al negozio. C’era nella vetrina una grande cesta di bellissime orchidee, color malva, erte su gli steli esigui, fra un merletto di capelvenere.