Il barone dalla barba crespa l’aveva ripristinata nell’antico splendore. Ella viveva ora con magnificenza, con sperpero; la si vedeva dappertutto, a fianco del suo barbuto barone, che pareva sdilinquirsi a guardarla negli occhi. Egli le aveva preso un appartamento, del quale si dicevan cose mirabili, aveva messo un’automobile sfavillante a’ suoi servigi, le mandava in casa un gioielliere di gran fama che aveva libertà di suggerirle i desiderii più costosi, e quantunque il barone fosse ricchissimo, la buona gente si rallegrava già pensando che sarebbe finito egli pure sul lastrico. Tali donne, quando non amano, divengono barbaramente venali.
Si diceva che Rafa Giuliani le avesse regalata una collana di ventimila lire per una visita di mezz’ora; Carletto Santorre giurava d’aver ricevuta una promessa; il conte Aimone dell’Ussero le faceva proposte regali pel tramite della propria mezzana; Paolo del Bassano torceva la sua bocca feminea quasi per dire con un sorriso da irresistibile: — Peuh, se volessi...
E tutto ciò esasperava i nervi di Arrigo, tanto più che gli amici si credevano in dovere di punzecchiarlo. Qualchevolta gli avveniva d’incontrarla per istrada, nei negozi o nei teatri. Un turbamento simultaneo li rimescolava entrambi ed evitavano di guardarsi come due che avessero in cuore la reminiscenza d’una segreta colpa. L’uno e l’altra si studiavano di atteggiarsi alla maggiore indifferenza; ma non era punto così, ed il buon barone Silvestro lo sapeva tanto bene, che ostentava con Arrigo una grande freddezza e quasi quasi evitava di salutarlo.
Tatiana del resto era stata una buona donna. Avrebbe facilmente potuto vendicarsi di lui, raccontando qualche piccolo particolare intimo, assai grave per il bel Ferrante. Ma evidentemente invece aveva taciuto, e spesso, mentre cantava, i suoi occhi lo cercavan dalla ribalta come nei primi tempi del loro amore, quand’eran l’uno per l’altra due sconosciuti.
A lui avveniva di sentirsi penetrare da quella voce fino a soffrirne, o d’appoggiarsi al parapetto d’un palco, stringendosi le tempie fra i pugni chiusi, e di scordar sè stesso nel guardarla smarritamente, con un turbine di memorie nel cervello e nelle vene.
Aveva la tentazione terribile di darle per l’ultima volta un caldo bacio; gli avveniva di provare una commozione sciocca davanti ai piccoli oggetti, alle improvvise memorie che gli erano rimaste di lei. Purificata, rinnovata, più che mai desiderabile, quest’amante perduta lo innamorava un’altra volta di sè.
Una sera fu lì lì per accostarla in una contrada semibuia. Le scrisse pure alcune lettere, che poi si vergognò di mandarle. Dal palco alla scena, si guardarono spesso, turbati entrambi, come se fra loro, per l’aria, fosse passata una carezza. Il barone Silvestro aveva notato qualcosa e vigilava come un can da guardia. Ma l’amore sa essere più scaltro della gelosia.
Egli le mandò un mazzo di violette di Parma, poichè c’era un profumo di violette nella loro storia d’amore. Poi, una sera, verso l’ora in cui l’impeccabile barone Silvestro soleva trovarsi al pranzo della sua vecchia madre, non sapendo come altrimenti parlarle, si diede animo e le telefonò:
— Sei tu?
— Chi tu?