Ma la cosa non potè rimaner secreta; troppi erano i gelosi che stavano all’erta, e ci fu qualche maligno ciarlatore che ne diede sospetto al barone.
Questi non giunse ad averne la certezza, ma l’odio contro il bel Ferrante gli si fece così vivo, che l’animo battagliero dello smilzo ufficiale d’un tempo rivisse nel pingue gentiluomo, e con acre fermezza egli si propose di offendere al primo incontro il suo bel competitore.
Al Circolo, una sera, si parlava di due ch’erano in procinto d’esservi accolti come soci o respinti, secondochè lo scrutinio avesse dato ragione ai loro spalleggiatori o piuttosto a quelli che si erano accordati per volerne l’esclusione.
Uno de’ due, Giorgio Levi, aveva contro sè il peccato della sua razza, la mala fama d’un patrimonio raccoltogli dal padre con i proventi d’una banca equivoca e la colpa d’aver sposata per convenienza una donna di bruttezza intollerabile.
L’altro, Alessio Macchi, era uno scapolo d’età matura, uscito dalle classi plebee con un ingegno solido e rapace, con una volontà possente, cosicchè, tramando abili speculazioni, era giunto a governare arbitrariamente le oscillazioni giornaliere de’ valori di Borsa.
Arrigo, preso nel mezzo di questa discussione, ascoltava tanto gli uni che gli altri senza esprimere alcun parere; anzi appariva chiaramente angustiato.
Il barone Piaggi s’avvicinò, inframmettendosi nella discussione con certe frasi acri che parevano raschiargli un po’ la gola; nel suo viso apoplettico brillava un’irritazione mal dissimulata ed i suoi gesti perdevano la consueta misura.
Squadrò il bel Ferrante bene in faccia, poi disse:
— È ora di finirla! Ogni mascalzone avrebbe dunque il diritto di proporsi ormai al nostro Circolo, ed anche la fortuna d’esservi accolto? Perchè mai questa gente vuol essere de’ nostri?
Arrigo si fece orribilmente pallido, ma tacque.