— Scusa, — intervenne Balbo Verani, vice-presidente del Circolo, — mi sembra che tu esageri un pochino!
L’altro riprese con veemenza:
— Non esagero affatto! Chi sono questo Levi e questo Macchi? Ebrei, si era d’accordo nel non volerne. Ora passeremo anche sopra questo? E il Macchi? Un ribassista fra i più smascherati, un uomo che ha sempre avute le mani in pasta nelle più nere speculazioni di Borsa!
— Non ha torto, — ammise laconicamente il marchese Berrini, con quella voce nasale che dipendeva dal suo malumore cronico.
— Ah, no, per Dio, — proruppe il barone. — Dove si andrebbe dunque a finire? Se quelli entrano, io me ne vado. È ora di finirla con questo genere di personaggi che si fan proporre al nostro Circolo dopo aver schivato il Cellulare!
Fissò di nuovo Arrigo e soggiunse:
— Fra poco, per qualche centinaio di lire all’anno, andremo a raccattare i nostri soci nei caffè o nelle bische dove bazzicano tutti gli avventurieri! Cosa non nuova del resto, perchè purtroppo l’esempio è già dato.
Sopravvenne uno di que’ gelidi silenzii, pieni d’attesa e d’ambiguità, durante i quali gli occhi di tutti convergono sopra uno solo. Arrigo si levò, pallidissimo, dominando con la forza de’ suoi nervi contratti una collera spaventosa.
— Sono l’unico, — disse con voce rauca di tremito, — al quale sembrano rivolgersi, non le vostre parole, ma la slealtà e l’impostura con cui le dite. Mi vergognerei di scegliere una strada così poco diritta se avessi l’intenzione di provocare un uomo!
Levarono i pugni entrambi, ma furono trattenuti, e ci fu in serata uno scambio di padrini.