Tutti i telefoni sparsero la notizia tra quelli che ancora vegliavano per i ritrovi della città notturna.
Il barone aveva il torto d’essersi mostrato geloso, e molti ne risero. La causa vera dell’incidente soverchiò e nascose il pretesto dal quale era nato. Alcuni opinarono che Arrigo avesse risposto bene, ed egli riscosse in ogni modo qualche simpatia, perchè il barone aveva la fama di un terribile duellatore. Almeno al tempo della sua gioventù, menava certi fendenti spaventosi che scotennavano e sfiguravano. Sarebbe stato peccato per il bel Ferrante!
Li condussero la mattina dopo su lo sterrato d’un ippodromo e li misero di fronte, a torso nudo.
Faceva un così bel sole, ch’era peccato giocarsi la vita. Ma la rischiava lietamente Arrigo, perchè il barone Piaggi gli rendeva insomma un certo onore incrociando il suo ferro con lui. Simile onore gli rendevan i quattro rappresentanti, fra i quali erano tre patrizi autentici ed un uomo esperto di cavalleria. Quest’ultimo era Lanzo Malatesta, padrino di professione, che gli aveva pure insegnato un colpo al braccio, uno di que’ tali colpi segreti, che fra gli altri difetti possiedono pure quello dell’infallibilità.
Lo diede infatti, ma non senza il contraccambio, perchè il ferro del barone, altrettanto infallibile, gli segnò su la guancia sinistra una ferita piuttosto lunga, diritta, elegantissima.
E col tempo gliene rimase una bella cicatrice bianca.
Questo duello fu la corona d’alloro del suo torneo mondano. Se fino allora taluno l’aveva guardato in cagnesco, armandosi d’una certa diffidenza, per tutti quei punti interrogativi ch’erano intorno al suo nome, adesso che s’era battuto con Silvestro Piaggi e che due gentiluomini s’erano incomodati, con altri due, per condurlo sul terreno, adesso che portava sulla guancia la ferita cavalleresca, nessuno più perdeva il tempo in simili restrizioni, e, per quel tanto che v’è di formale o di bizzarro nelle cose mondane, la taccia pubblica d’avventuriero e di spostato gli era servita ottimamente a consacrarlo gentiluomo.
Anzi quella ferita vinse definitivamente il cuore di Clara Michelis, cui egli faceva una corte accanita, ma fino allora infruttuosa.
Clara Michelis volgeva sopra i trent’anni, l’età voluttuosa e pericolosa che talvolta nella donna fa sbocciare le più calde primavere del sentimento. Non era del tutto bella, ma il suo pallore, i suoi grandi occhi neri, e quella sua fragilità profondamente sensuale, davano al suo corpo delicato una particolare attrattiva, cui non era del tutto estranea certa leggenda mormorata fra le sue conoscenze, cioè che avesse consunto il marito in pochi mesi di matrimonio, per soverchio amore. Aveva una figlia giovinetta, ch’era tutta la sua passione, poichè la prediligeva con quella tenerezza un po’ maniaca ed eccessiva che si ha per un cagnolino, per una bambola, per un ninnolo; infuori da questo, la sua vita era vuota... oh, infinitamente vuota!
Interrotti gli amori clandestini con la Ruskaia, Arrigo si trovava talvolta in impicci assai difficoltosi. Non era certo su Donna Claudia che avrebbe fatto affidamento, sebbene la vedesse vivere in quello sfrenato lusso ch’era quasi un contorno necessario alla sua bellezza sfiorente. Donna Claudia, tutt’al più, rappresentava per Arrigo un’egida provvisoria, una indispensabile introduttrice, poichè per tutte le difficili e vietate soglie si passa in molti casi grazie al favore d’una donna.