Ma egli era conscio della sua condizione precaria, e con discernimento e con freddezza si andava cercando per intorno qualche protezione più sicura.
Aveva conosciuta Clara Michelis in un salotto e le aveva messi gli occhi addosso, un poco per curiosità, — quella curiosità naturale in lui verso tutte le donne che potessero agevolargli la strada, — un poco perchè subiva egli pure il fascino capzioso della vedova disoccupata. Gli piaceva, gli conveniva e lo tentava insieme. Passava per ricca, forse più che non fosse; la si vedeva poco nei teatri, poco per istrada, non era gran che mondana, ma intorno alla sua vita lievemente misteriosa le chiacchiere del mondo s’erano sbizzarrite assai. Di tempo in tempo la davano per fidanzata; invece la sua vedovanza continuava pertinace.
Arrigo le si mise intorno senza ben sapere cos’avrebbe desiderato da lei. Per intanto agognava di possederla, ed aveva pure supposto che fosse più facile cosa. Ma Clara Michelis era fra quelle che studiano ed irritano lungamente la pazienza dell’uomo prima d’uscire dalla propria torre eburnea, disposte a cedere onoratamente le armi. Ella si sapeva ormai vicina a quell’età nella quale prendere un amante vuol dire forse compiere l’atto definitivo della propria storia amorosa, affrontarne forse il pericolo estremo: quello d’innamorarsi davvero. Perciò si valeva di tutte le sue esperienze precedenti. Era già presso a quel punto in cui la donna, particolarmente quella che non fu onesta, anzichè lusingarsi d’un desiderio che la ricerchi, ne dubita o se n’offende, quasichè le spiaccia d’essere considerata una troppo facile preda. Poi, nel rifiuto ambiguo, crudele, esasperante, che provoca le grandi tentazioni e le grandi arditezze, c’è per la donna talvolta un godimento più fine che nella dedizione stessa.
Infatti Arrigo s’era incapricciato di lei con una certa esasperazione, e si doleva nel doverselo confessare. La gente, vedendoli molto insieme, già da un pezzo diceva che fossero amanti, quand’egli ancora non era giunto a baciarla più in su che il polso; quel polso nervoso e venato che pareva un minuscolo gingillo nella sua mano forte. Ello lo esasperava col suo profumo, con la sua voce, con la sua maniera di muoversi, di ridere, di negarsi; lo seduceva con tante piccole rarità sentimentali ch’erano in lei racchiuse come in un cofano prezioso.
Egli si tormentava di quella instancabile civetteria, come alcuno che avendo gran sete, sol potesse di quando in quando rinfrescarsi le labbra riarse con qualche gocciola d’acqua pura. E si trovaron ancor più attratti l’un verso l’altra dalla passione che avevano per la musica, entrambi. Ella suonava il piano con uno squisito calor di sentimento; egli, curvo su l’arco del violino, curvo su lei, tra il profumo delle sue treccie, l’accompagnava. Nella sala quasi buia, tra il volo delle note, sentivano roteare intorno il vortice della tentazione, piovere nelle pause ambigue il velo d’un incantamento.
Talvolta, nel muoversi, nello scuotere leggermente il peso delle sue treccie all’indietro, ella incontrava e toccava il suo braccio, con paura; talvolta il respiro dell’uomo curvo le passava sul collo ignudo, avvolgendola tutta in un freddo e lento brivido. Fra i due candelabri, nel riflesso dell’ebano, pur senza volgersi ella vedeva la faccia di lui, tormentata, piena d’una rabbia virile, che le dava una sensazione fisica estremamente voluttuosa.
Passarono tutta la musica da camera che potè mai essere scritta per il martirio degli innamorati, e qualche volta, mentre le sue mani trasparenti correvano veloci su la tastiera, l’archeggio del violino s’interrompeva di súbito, ed una bocca bruciante le cercava, il collo, tra le radici dei capelli, con una voglia rabbiosa di mordere. Qualche volta lo vedeva in ginocchio, supplice come un bimbo.
Le sue vestaglie di seta facevano appena un morbido fruscìo d’ala, nel fuggire. Poi, nell’altra stanza, rideva, rideva, con la gola piena...
Dirgli di sì... come sarebbe stato facile! Ma forse avrebbe interrotto quell’incanto, ed ella non voleva. Viziata, snervata, appassionata, era questo l’amore che a lei piaceva.
Ma una sera che le tende gonfie lasciavano entrar la primavera, i candelabri si spensero in un soffio d’aria, le rose aperte nei vasi di cristallo stormirono come se fossero su le spalliere...