Veniva dalla strada un rosso riverbero di lampioni, disperso nell’azzurra luce della notte primaverile; veniva di tempo in tempo qualche scalpiccìo di passanti, qualche fragore di ruote che lontanavano, qualche risata.
Allora, d’improvviso, con rabbia, egli si piegò su lei, cercò la sua bocca innamorata, bevve il suo più gonfio respiro, la sua crudeltà più forte, che traboccava in un riso convulso...
Le tende gonfie di profumo soffocarono il lor grido d’amore, lo confusero nel vento soave con la fragranza delle rose, lo dispersero via, nella notte, fra le musiche della primavera...
I
Trascorsero due lenti anni. Nel crocchio d’amici, fermi su l’angolo della bottiglieria, si parlava immutabilmente di donne, di giuoco, d’amore.
Sul marciapiede opposto una giovinetta passò, con un’andatura svelta, con qualcosa di simile alla cingallegra nella sua fresca giovinezza, movendo entro la gonna succinta l’onda mutevole del suo corpo.
— Chi è quella ragazza? — domandò il marchese di Sant’Urbino, additandola al crocchio degli amici.
— Bellina! — disse Cesare Farra, che amava d’ogni frutto le primizie immature.
— Pare una piccola vespa! — commentò Lanzo Malatesta, maneggiando per celia la sua mazza come una sciabola, da quell’abitudine ch’egli aveva di celiatore e di schermidore.