«Fosse mio, lo manderei mozzo. Un paio d’anni sul mare fanno bene alla salute; si vede il mondo, si torna rigenerati. Ma tu non hai che da intonare il mea culpa! mea maxima culpa! L’Eugenia è femmina; ma la prima che mi fa, te la chiudo in un convento com’è vero che mi chiamo Riotti! Del resto per lei non temo. A sedici anni, è pura d’anima come un’ostia benedetta. Laboriosa, diligente, con la licenza della Scuola Superiore, un diploma di ricamo... che madre sarà!»

E il povero del Ferrante inghiottiva il fiotto amaro. Passò un annetto ancora: tramontarono i tempi della Lilina, anche perchè la Lilina se la portò in provincia uno studente ricco, e Arrigo restò sempre a doverle una cinquantina di lire che s’era fatte prestare in un giorno di grande penuria.

Ma un’altra prese il suo posto, che si chiamava più sonoramente Mercedes; ed era una canterina di caffè-concerto, coi capelli d’un nero corvino, le labbra divampanti, la pelle color di cipria; quel nero quel rosso e quel bianco a cui va tanto bene la mantiglia castigliana, quando, con quattro nacchere e con un paio di «caramba!» si camuffan da pure Sivigliane queste versatili figlie delle nostre portinaie.

Mercedes la bruna era stata l’amante di Giannotto, e si era fatta un buon nome tra le clientele dei caffè-concerti ballando seminuda in un teatro di varietà, che radunava seralmente nella cloaca della sua piccola sala tutti i più loschi e più balordi bellimbusti della baldoria notturna. Ma poi s’erano messi in rotta, Giannotto e lei, per certe botte sonore che il giovinotto non lesinava in talune circostanze, ed Arrigo l’aveva incontrata, una sera di scoramento indicibile, sola, presso un tavolino, con gli occhi lacrimosi davanti ad un’ala di pollo mezzo rosicchiata ed una tazza di birra quasi vuota. Egli aveva in tasca un centinaio di lire e comandò Sciampagna; comandò pure una dozzina d’ostriche ad un ostricaio bitorzoluto, che in onore del suo rosso berretto masticava il dialetto veneto con un forte accento bergamasco.

V’è d’altronde un momento psicologico nel cuore di tutte le donne malate d’amore, un momento nel quale, che so io, un’ostrica ben pepata, un complimento detto bene, un bacio dato con le labbra calde, con le labbra umide, una carezza sopra una lividura, un marengo buttato via, rasserenano tutta la visione della vita, disperdono i pensieri tragici come nuvole di primavera, mettono addosso, che so io, quasi la voglia di abbandonarsi ad un’altra follia... E così avvenne. Andarono a casa quella sera, stretti stretti, in una carrozzella con le ruote di gomma, sotto il cielo che stellava...

Mercedes la bruna era una donna elegante: per lei bisognava giocare di più, perdere di più; furono malanni gravi. Al termine di qualche mese Arrigo dovette confessare al padre un debito, anzi molti debiti, che facevan insieme una sommetta rotonda. Il poveraccio non li aveva. Ne ammalò. Non li aveva insomma! Inutile gridare, minacciare tragedie! inutile mettere di mezzo la madre, che si teneva sempre in tasca le sue lacrime di coccodrillo! Non li aveva, nè poteva già far stringhe della sua pelle o vendere la bottega. Appunto quell’anno aveva l’intenzione di ampliare il negozio, povero vecchio Stefano!... Invece, dando tutte l’economie, appena appena avrebbe raggranellato insieme la metà di quel che occorreva. Fu Arrigo stesso che gli diede un cattivo consiglio:

— Domanda il resto al Riotti. È sempre fra i piedi; si renda utile almeno, quando può!

— Al Riotti? Un brav’uomo, sì, non lo nego, ma, lo sai, è avaro. Fiato sprecato. Umiliazione inutile. Neanche se ci vedesse morir di fame... Prestare, metter mano alla borsa, non entra ne’ suoi principii.

E Arrigo: — Non si sa mai. Tentare non nuoce. Si tratta d’un prestito, in fin de’ conti, e con un buon interesse lo si potrebbe forse persuadere. Già, tu non vuoi per orgoglio. Ma quando si tratti di salvare il proprio figlio, l’orgoglio lo si mette via!

Donna Grazia fu di questo parere, e tanto l’accerchiarono, tanto lo spinsero, che il povero Stefano curvò ancora la testa, prese il Riotti a parte e fece la domanda.