Costui scoppiò in un riso formidabile, un riso così enorme, che tutta la corte l’udì. Ma davvero?... Che lui, proprio lui, Riotti, avesse a sborsare un millesimo per i debiti di quel farabutto, di quello scalzacane?... E rideva, rideva a crepapelle. Gli pareva davvero inverosimile che lo credessero capace di una tale generosità. Gl’interessi?... Ma non faceva mica l’usuraio, lui!

Il Ferrante se ne tornò via, col suo passo lento, a capo chino. Ma questa cosa piaceva tanto al farmacista che venne in bottega dell’occhialaio un’ora più tardi per farci sopra un po’ d’ironia.

«L’onore — spiegò il Riotti — è ben altra cosa che non s’intenda nelle bische o nei postriboli: ci son debiti che vanno pagati, altri no. Se lui, Stefano, voleva rovinarsi per le cattive azioni di suo figlio, padrone, padronissimo! Ma che avesse pensato a rovinare anche lui, questa era proprio madornale! Oh, intendiamoci: i denari lui li aveva e gli sarebbe costato anche poca fatica andarli a prendere... Ma rendevano già bene dov’erano e per una inezia di più su l’interesse non valeva certo la pena di metterli a repentaglio. In tutt’altra occasione si sentiva uomo capace di fare qualsiasi sacrifizio per un amico, — ma non voleva incoraggiare il vizio con le proprie liberalità. E poi, vediamo: quali garanzie potevan offrirgli per il suo denaro? Si fa presto a dire l’otto per cento! Ma su cosa poi? Su quattro stanghe d’occhiali d’oro e qualche lente convessa? Eh, cápperi! Gli affari si trattano in ben altro modo. Del resto era stato uno scherzo, ed egli avrebbe avuto la delicatezza di non parlarne più.»

Invece ne parlava ogni momento e finì con darli. Vi mise un poco di buon cuore ed un poco d’avarizia, perchè un uomo non è mai cattivo interamente nè interamente buono, mentre ha sempre paura di nuocere a sè stesso nel far del bene al suo prossimo. Aveva una certa affezione, lui, persona autorevole, lui, uomo di scienza, per quella gente da nulla capitata lì vicino; voleva bene a quel timido occhialaio come ad uno di quei decrepiti cani infermi che si tengono in casa per misericordia, e donna Disgrazia gli sarebbe forse piaciuta, una volta, gli sarebbe forse forse piaciuta ancora, se lei... Ma sopra tutto aveva un non so che per quel discolo prepotente e sfacciato, ch’era sempre in mezzo alle sottane, sempre intorno alle tavole da giuoco, sempre pieno di debiti, e che, per quanto a lui desse un insopportabile fastidio, doveva pur suonare con una certa maestrìa se tutti gli abitatori della casa d’un tratto si affacciavano alle finestre non appena l’udivano appoggiar l’archetto sopra il suo maledettissimo violino...

Su di lui anzi aveva già formato un suo piano recondito, ma nessuno al mondo ne doveva saper nulla, per ora...

E ciò che forse lo tentava più di tutto era la prospettiva di poter finalmente entrare in quella casa come un despota, come un arbitro, come un donatore. Finalmente avrebbe parlato lui, a quattr’occhi, senza peli su la lingua, con quel tomo che non ascoltava nessuno, e si vedrebbe infine cosa volesse dire sentirsi uomo! Dava, e in fondo senza rischiar nulla, poichè Stefano era galantuomo; per di più si creava intorno una specie di vassallaggio con la forza del suo denaro, ed avrebbe potuto trattarli tutti come tanti suoi domestici, se così gli fosse piaciuto, da quel giorno in poi.

Arrigo si sottomise a tutte le condizioni che gli vennero dettate, messo com’era con le spalle al muro. E le condizioni furono che andasse a passare con la famiglia i venti giorni di villeggiatura de’ quali ogni anno l’occhialaio soleva provvedere a’ suoi di casa; ma che, non appena tornato in città, rinunziasse alla sua vita indegna per accettare un impiego qualsiasi, trovatogli dai padre, o dagli amici del padre, o da lui stesso, Riotti, in persona.

Arrigo disse di sì, risoluto a mantenere almeno la prima delle sue promesse. Venti giorni di villeggiatura, con quel caldo della prima estate, gli avrebbero riposato i nervi, lo spirito ed il corpo, lasciandolo finalmente dormire in pace dopo tante notti vegliate con affanno su la crudele ambiguità delle carte.

Poi, la sera, sovra un balcone semibuio, tra una ventata di buoni odori, avrebbe suonato con passione, con perdimento, il violino, pensando in quelle veglie d’estate alla dolce bocca rossa di Mercedes la bruna...

IV