Donna Grazia faceva i bauli; Stefano, dopo aver chiusa la bottega, fumava una certa sua pipa di schiuma, complicato e raro gioiello ch’egli serbava per le delizie del dopo cena. Luisa, la secondogenita, una ragazza sui diciassette anni, dalle fattezze un po’ dure ma con il corpo snello, ne stava sotto il lume ultimando un suo ricamo di cattivissimo gusto. Ricamava in fretta, con le dita agili, la faccia intenta e china in un cerchio d’ombra. I suoi capelli grevi e lisci, annodati con semplicità come quelli di un’educanda, le giravano intorno alla nuca, intorno alla fronte, con una specie di pigrizia, come se li avesse pettinati così per abitudine, senza neppure guardarsi nello specchio.
Era infatti una ragazza pigra, quieta, un poco marmottona, che in inverno amava i cantucci presso il fuoco, gli sciallini di lana, poichè aveva le spalle sempre infreddolite; una ragazza che amava l’ago, il refe, la macchina da cucire, e se ne stava in cucina volentieri a veder bollire le pentole, come parimenti sapeva, con un prematuro istinto materno, cullare i marmocchi in fasce quando cominciavano a strillare.
Paolo, il fratello, minore di lei d’un anno, e che ora, da qualche mese, frequentava un laboratorio per imparare il mestiere del padre, adesso era intento ad acuminare col temperino un piuolo di legno per costrurre una sua certa scatola ad intarsio ed a fuoco, lavoro di cui dilettava per solito la sua digestione lenta. Era un bimbotto semplice, dai capelli rasi sur cranio rotondo, di carattere attento, di natura sobria.
Anna Laura, la più piccola, che aveva dieci anni a quel tempo, era sopra con la mamma, a chiacchierare senza tregua, a far celie, a mettere il suo nasino impertinente in tutte le cose che non la riguardavano affatto.
Entrò il Riotti, al quale dopo il desinare s’infocavano le guance ed il naso, benchè cercasse di mangiar poco per non aiutare una molesta pinguedine; entrò con un risolino affabile, dondolando il corpo maestoso su le gambe tozze, e subito la Luisa, interrompendosi dal ricamo, gli versò quel solito bicchiere di vin spumante ch’egli si centellinava piano piano, discorrendo col suo tono autorevole, senza nascondere qualche largo sbadiglio di tratto in tratto. Narrò d’una vicina, che aveva mandato a chiamare il medico lì per lì, essendo prossima a sgravarsi e temendo un parto difficile.
— Queste benedette donne del giorno d’oggi!... non sanno più nemmeno partorire! Figurátevi che mia moglie, tre giorni dopo l’Eugenia, era in piedi e sgambettava. A proposito dell’Eugenia, avrei quasi una mezza intenzione.... Visto che andate in campagna, mentre qui si scoppia dal caldo, ve la confiderei per qualche giorno, se la cosa non v’incomoda.
— Ma, — obbiettò Stefano — sai bene che non avremo posto.
— Oh Dio, — fece il Riotti, — dove si sta in cinque si sta pure in sei. Vediamo un po’: l’Annetta può dormire con la mamma, e facendo mettere un altro letto in camera della Luisa tutto s’accomoda, mi pare. Ma se deve essere un disturbo, — aggiunse con dignità — sia per non detto e grazie di tutto cuore!
— Per me... — rispose Stefano mansuetamente. — Io tanto me ne resto qui. Bisogna che tu te l’intenda con mia moglie.
Donna Grazia non l’aveva in grazia quella figliolona del farmacista, grassa, inerte, insipida, che si girava sette volte la lingua in bocca prima di lasciarne cadere una sillaba. Il Riotti arricciò il naso e gli venne fra la barba corta quella cattiva piega ch’era il segno evidente del suo malumore.