— Non voglio chiedere favori a nessuno! — disse con una specie di sibilo. — Se non desiderate prendere con voi mia figlia, ho dieci altri amici che ne saranno invece onoratissimi.
Stefano aveva qualche volta quella irritante caparbietà del silenzio ch’è peggiore di una cattiva risposta. Se ne stette zitto ed il Riotti s’inviperì.
— Del resto, va bene! — mugghiò. — Agli amici si ricorre quando se ne ha bisogno, dopo si mandano al diavolo. Così va il mondo e non c’è da farsene maraviglia. Per tua regola, però, non intendevo caricarvela su le spalle a vostre spese; avrei pagata la mia parte, perchè ci tengo — io! — a non dover nulla a nessuno.
Nonostante l’allusione terribile, s’accomodarono da buoni amici e l’Eugenia andò in campagna con la famiglia del Ferrante, poco lontano dalla città, in una rustica villetta che apparteneva ad un vinattiere del sobborgo, fattosi ricco a furia di misturar vino ai clienti e fornir denaro clandestinamente agli usurai della città. Ma era in fondo un buon diavolo, e per amicizia verso l’occhialaio gli aveva ceduto quattro o cinque stanze ad un prezzo assai mite.
Questa Eugenia era d’indole assai diversa da quella del padre, ma fisicamente tanto gli rassomigliava quanto una ragazza di vent’anni può somigliare ad un uomo di cinquantatre. I suoi vent’anni le fiorivano indosso, scempi ed aperti come papaveri di campo, prendevan su la sua gota fresca un colore quasi paonazzo, le rompevano fuori dal corsetto con una rotonda esuberanza di seni. Era del resto bonaria e semplice; aveva i capelli d’un color castano scuro, pettinati con la riga nel mezzo come le nutrici lombarde, i denti bianchi e forti, la cintura larga, le mani ed i piedi un po’ grandi. C’era in lei qualcosa d’incerto fra la bella contadina, la massaia diligente e l’educanda timida. Parlava poco e rideva molto; aveva una fame insaziabile ed una passione vorace per i romanzi d’amore. Da molto tempo, nel suo cuore nascosto, nudriva un tenero per Arrigo; una di quelle passioncelle dolci e quiete che scorron via come ruscelletti, senza far rumore. Trovava Arrigo molto bello, molto elegante, e l’amava sopra tutto per i suoi malanni.
C’era intorno a lui quel sapore di vizio che non manca mai di turbare le fanciulle, ancor più se hanno il cuore onesto. Aveva inteso parlare della Mercedes, della famosa Mercedes la bruna, nome che le sorelle d’Arrigo pronunziavano con un ambiguo rossore; e per lei, l’uomo ch’era l’amante di Mercedes, una donna tutta pizzi gioielli e profumi, una canzonettista, una «cocotte»... — oh parola enorme che le faceva sognare! — quell’uomo per lei possedeva, come gli eroi da romanzo, qualcosa di magico, una specie di bellezza fatale che intorbidava di sogni la sua curiosa verginità.
Ella forse non lo avrebbe amato mai, se il padre stesso non le avesse, per un capriccio, suggerito, educato e comandato questo amore. Il farmacista s’era fitto in capo di maritare sua figlia col primogenito dell’occhialaio: nulla poteva ormai distoglierlo da questo progetto, nemmeno la certezza di rendere infelice sua figlia. Era fra quegli uomini cocciuti che abbracciano senza riflettere un’idea, e quanto più essa risulti cattiva, tanto più vi s’incaponiscono.
Arrigo invece non si curava di lei. Aveva indovinate vagamente, come tutti in famiglia, le mire del farmacista; ma con la ragazza parlava di rado e sempre con aria di compatimento.
Ora, per distrarre i lunghi ozî campestri, s’era messo a far la corte ad una marchesina che abitava una villa nei dintorni: corte per modo di dire, che cioè la saettava d’occhiate amorose ogniqualvolta la vedesse per il cancello del suo giardino o l’incontrasse la domenica in chiesa, dov’egli andava azzimato come uno zerbino.
Ma fosse la lontananza della Mercedes o il calor dell’estate, gli cominciò a bruciare nel sangue un’accensione voluttuosa, che non gli dava pace, sopra tutto nelle calme sere, quando veniva dal balcone aperto, sopra il suo letto insonne, un odor forte di rosai che vampavano, di caprifogli che sfiorivano, come grandi profumiere che bruciassero nella notte d’estate.