La sua camera era contigua con quella ove dormivan insieme l’Eugenia e la sua sorella maggiore; un uscio mal connesso le divideva; s’udivano tutti i rumori.
Una sera, mentre stava sul balcone fumando una sigaretta prima di coricarsi, e pensava con una triste gelosia alla Mercedes, alle sue belle brancia bianche, vôlto che si fu, poichè non v’era lume nella sua camera, vide filtrare alcuni spiragli di luce per le connessure dell’uscio e intese lo strepito che facevano le due fanciulle svestendosi e cicalando.
In quella calda sera d’estate il suo sangue ribolliva di ardori contenuti, la sua testa era torbida e greve. Mai come in quella sera aveva respirato con l’anima e coi sensi la fragranza delle rose, gonfie di rugiada, il profumo intenso dell’erbe aromatiche. In quel piccolo giardino, tra il buio e la luce, nascostamente serpeggiava un tremor di vita, un fervere di sussulti notturni, che lo facevano trasalire. Facilmente si trema talvolta per un rumore che nella notte sembri un congiungimento d’esseri o di cose.
A poco a poco, in quell’ombra si accesero nudità, fiammarono, si contorsero, giacquero supine. I capelli bagnaron nelle fontane, i seni erti s’imperlarono di gocciole vive, le braccia stanche si allentaron nell’erba rinfrescata. E sentì l’odore di quei corpi salire a lui come una vampa, nell’odore delle piante aromatiche.
Poi vennero ancora più altre, ch’egli aveva baciate con febbre nei torbidi sogni dell’adolescenza, e il giardino si converse in un letto, in un letto molle, profondo, su cui correva come un brivido la fragranza de’ rosai, cadeva il pòlline di certe grandi rose gialle, vellutate, quasi bianche, rotonde quasi, come seni gonfi e maturi. Ed una musica venne, su dalla fontana, che fece tornare le donne ignude alla fontana, e si chinarono per specchiarsi, ridendo d’un riso lascivo; e nel chinarsi le loro poppe oscillavano come grappoli, tutt’intorno, quasi con un tintinno di carne molle, piano piano, come se danzassero, tutt’intorno, con un tintinno, sopra il riflesso dell’acqua insidiosa....
Di là, oltre l’uscio, intese il rumore dell’acqua versata in un catino. Entrò nella camera un po’ ebbro; intese un rumore di pianelle, o gli parve, di sottane, o gli parve.... Non ricordò nemmeno chi fosse, ma volle guardare; guardò.
Una — la sorella — era davanti allo specchio e si pettinava. L’altra, un po’ curva sul catino, si lavava le mani. Erano semivestite ambedue. Luisa, con il busto ancor serrato ed una sottanella corta che le copriva le caviglie, teneva le braccia sollevate dietro la nuca, girandosi con una mano la treccia e con l’altra puntandovi qualche forcina. Egli vedeva le sue spalle rotonde fare una bella piega di carne intorno all’orlo del busto cilestrino ed il volto sorridente riflettersi, con un pettine fra i denti, nello specchio incline. Mai la sua semplice sorella gli era parsa leggiadra così.
E l’altra, egli la vedeva di pieno, con le rotonde braccia quasi tuffate nel catino, avendo riflesso nel volto il piacere dell’acqua fresca sul calore della pelle trasudata. Non aveva più che la camicia indosso, la camicia da giorno, scollata, non tenue, ma che traverso la luce delineava con mollezza i contorni della persona opulenta. Vedeva l’acqua luccicante scorrere giù in rivoletti per le braccia grasse, vedeva il seno florido espandersi mollemente ad ogni oscillazione del corpo, vedeva i duri capezzoli sbocciare, quando s’alzava, come ghiande sotto la camicia tesa.
Non molto si lisciarono. Una, la prima, se n’andò verso il letto; con le mani riverse dietro la schiena slacciò il copribusto leggero, le mutande gonfie; con le mani un po’ irose contro la resistenza degli uncini disfece il busto che conteneva la snella ricchezza del suo corpo e si strofinò con le palme, sopra la camicia un po’ arricciata, da pelle solleticosa. Poi si fece passare sopra il capo la camicia da notte, lunga e chiusa come una tunica, lasciò che l’altra di sotto le scivolasse ai piedi, sedette su la sponda, incrociò le gambe per togliersi le scarpine, le calze, poi, frettolosa nel suo timore, si cacciò sotto il lenzuolo.
Ma colei ch’era sopra il catino, amava più indugiare. Tuffò nell’acqua la faccia, e quando la trasse gocciolante, rise, parlò. Si mise a camminare per la stanza, rasciugandosi. La sua pelle riceveva dallo strofinìo del lino un più vivo colore. Ora egli la vedeva interamente, in quella corta camicia che scopriva i polpacci tozzi, le caviglie un po’ grosse. Vedeva la forma rigogliosa della sua carne piena di tremolii, di curve. Andò alla pettiniera e s’incipriò le braccia, il collo. Certo non pareva così raffinata e lisciarda com’era, quella calma Eugenia! Fece un giro per la camera, trascinando le pianelle di panno, lasciò calare una cortina, distese la gonna su gli appoggiatoi d’un seggiolone, poi trasse il pettine dal nodo dei capelli, e le trecce caddero giù per le spalle, in disordine. I suoi capelli non eran lunghi, ma folti; in quella luce parevano quasi neri. Allora li prese tutti in un pugno, se li fece passare sovra una spalla, li contorse, e legatili nel mezzo con un nastro, li ricacciò indietro. Rideva; era contenta di sentirsi libera e rinfrescata.