Decidere qual'è il cavallo che tagli per primo il traguardo, non è — almeno in massima, — un'opinione; decidere invece qual sia la commedia che meriti applausi e quale fischi è nettamente un caso di suggestione collettiva, d'arbitrio veloce, d'istantanea psicologia.

Il buon successo, è la commedia che dispiace ad uno contro due;

il cattivo successo, è la commedia che dispiace a due su tre;

le commedie che mandano in delirio sono con indifferenza capolavori d'astuzia o di poesia;

le commedie che fischiano tutti, sono — certamente — irreparabili asinità.

Osservando bene la sala d'un teatro nelle sere di prime rappresentazioni ci si accorge che l'autore si dà l'aria d'un giudice, il pubblico l'aria d'un giudicato. Mi spiego: l'autore cita il pubblico, giuria pagante, a risolvere un dramma; l'autore, solo e terribile nella sua toga declamatoria, sta su la scena per vedere cosa ognuno sappia rispondere alle sue domande stringenti. Lo spettatore ha paura di compromettersi, tentenna, tergiversa, guarda volentieri quel che fa il vicino, ripete volentieri quel che affermano i commentatori più loquaci.

Benchè la faccia complessiva del pubblico sia truccata e mobile come quella del comico, su questa faccia corrono momenti vivi di rossore, d'angustia, di vergogna, di perplessione, finchè per un fenomeno oscuro la forza dei più numerosi vince, la lacrima diviene pianto, il riso ilarità.

Se fossi un pittore vorrei dipingere la faccia delle platee.

Ma non sono che un povero autor fischiato, e non ho ancor veduta, se non per il buco del telone, la faccia delle platee.

L'uomo di governo: