— Dioniso ardente, rosso celebratore della vita, ghirlanda barbara e folle della vittoria primordiale, io Antonio re della Tebaide, re dei taciturni, ti saluto.

— Antonio angoscioso, nemico acerrimo della parola Voluttà, squallido epicureo, satrapo della rinunzia, ti saluto.

— Dioniso ardente, forse tu vieni dal Convito che uccide nutrendo, che ubbriaca i sensi di torpore; lo spirito dell'orgia ti vive nella carne come la fiamma nei tulipani rossi. Hai sentito gemere la nudità nelle tue braccia con un grido che non ti parve mai forte, hai voluto che la gioia ti desse con delirio il suo dolore più vuoto.

— E tu, angoscioso Antonio, forse vieni dall'Astinenza che nutre spossando, che ubbriaca i sensi di tentazione. Forse vieni da un sacrario pieno di silenzio, dove il profumo che arde negl'incensieri è il profumo della colpa, dove la grande ombra dei colonnati è sonora di musica, dove la parola più casta è gonfia di voluttà. Hai messo i tuoi nervi nudi a contatto con le frenesie della vita e mentre li recidi quel gemito che ne sgorga è gioia. Vieni forse dal predicare che la colpa sia nel desiderio, affinchè nella ricerca dei desiderii da uccidere la diligenza iscopra fin quelli che non sarebbero stati mai. Salutami, o suo profeta lontano, il Cavaliere Cristo!

— E tu, suo pertinace coribante, salutami Pan!

— Pan, — forse non lo ignori, — è morto. «Parce sepulto quibusque cecinerunt!» Io, Voluttà dionisiaca, vivevo prima della sua nascita, come tu. Voluttà rinunziatrice, prima di Colui che cantò nel mondo i poemi della tentazione. Noi siamo, l'uno e l'altro, i due fondamentali colori della vita; l'uomo non può chiamarsi che Antonio o Dioniso, Dioniso l'inebbriato oppure Antonio il santo. Alle cose del mondo bisogna ministrare lo zenzero o infliggere il cilicio, altrimenti sono la morte. Chi di noi sia più voluttuoso, nessuno, mio squallido avversario, ben sa. E nemmeno chi vi metta più cerebro e chi più sensi. L'uomo vivendo cerca l'eccitazione, perchè nelle sue midolle v'è qualcosa che perpetuamente si spegne. Ad alimentare la fiamma vacillante vi son due materie che brucian come resine: lo zenzero e quella che tu inghiottivi nel deserto polvere di locuste.

— L'una e l'altra, o Dioniso ardente, le son droghe terribili che affrettano la morte.

— Ma regalano agli uomini, o Santo, la delizia del piacere artificiale. I nostri sensi, ahimè, come natura li fece sono povera cosa, quando il cerebro in essi non scenda e con divini malefizî non li esalti. O Santo, e la gioia dell'uomo è una finestra pallida che s'apre davanti all'incendio... l'anima è l'ala dei sensi, il volo di tutto l'essere verso un impossibile godimento. Noi siamo appunto i Maestri che al bivio insegnano le Due Strade. Il parossismo è ciò che seduce gli uomini; ma siccome la natura foggia esseri calmi, per giungere al parossismo è necessaria, come ti dissi, la droga; i folli son coloro che in addietro, dal sangue atavico, ricevettero troppa droga. Epoche intere vanno per la tua sparsa di rovi, o per la mia ricca di pampini e vendemmiata strada; ma la meta che invano si cerca è sempre una, chiamala se vuoi salvazione, se vuoi felicità.

— Ben dici, o Dioniso ardente; ambedue traversiamo la Fiera umana, la rumorosa ondeggiante Fiera ove s'ergono di contro la Basilica ed il Teatro, dicendo agli uomini dubitosi: «Volete voi vivere con più respiro e con più sete?» Noi diciamo: «Ecco la droga!» Tu vendi, o Dioniso, il tuo zenzero caldo, muscoso, profumato, che provoca delirii fosforici e spossa come l'uccisione; io vendo i miei cilici freddi aridi aspri, che ognuno da prima respinge finchè l'abuso del tuo zenzero non gli scopra come il dolore possa divenir gioia. Noi siamo, hai detto con evidenza, i due colori della vita: perchè una bellezza sia bellezza, una passione passione, un vizio vizio, bisogna, o Dioniso ardente, che s'accenda nel colore d'uno di noi. Se l'Umanità ci mettesse a morte, avrebbe rinunziato a vivere o scoperto Dio.

Cantaride! fosforo! zenzero!