e son fioraie della via
Fernanda Smeralda Mimì.
Avevamo un protettore: Francesco Crispi. Per sciagura dell'Italia Francesco Crispi è morto.
Adesso i nostri protettori ci prendono a legnate, vogliono vestirsi come il Principe di Galles, fumare come il Gran Turco. La squadra del buon costume ogni tanto ci sfratta in branco ed in malo modo come bestie contagiose, ma siamo farfalle notturne avvezze a quei trenta lampioni e torniamo ad una ad una sul nostro marciapiede perchè ci soffoca tetramente la nostalgia della città.
Abitiamo, ai quarti piani delle case ambigue, certe camerette sinistre dove c'è una catinella che dondola nel suo cerchio di ferro, un asciugamano giallo, un canterano mezzo vuoto che scricchiola, con sopra una boccia di cristallo appannato, un ferro per farsi i ricci, qualche spillone rotto, una fotografia. Si sente l'odore della povertà e l'odore tenace dei visitatori che vi rimangono venti minuti. Qualchevolta sul davanzale della finestra nasce un geranio tisico, spuntano da un piccolo vaso le foglioline dell'erba ruta. Il nostro scendiletto, su l'ammattonato ruvido, rappresenta quasi sempre un geroglifico di pomi od un intreccio di grappoli d'uva.
Quando si muore, i preti hanno schifo di toccare il nostro letto, i medici guardano attenti se qualche moneta ultima luccichi sul tavolino, tintinni ancora nelle tasche della borsetta vuota. Così è.
Nei sifilicomî si vede la miseria del mondo, la disperazione del mondo, assai più che in galera. Così è.
E lo scopo della nostra vita è di salire quante più volte si possa in una notte quelle nostre scale buie fredde anguste, con un cerino fra le dita, mentre un uomo silenzioso vien dietro e nel salire ci tasta i polpacci.
E il difficile della nostra vita è quello di soffermare sul marciapiede, all'angolo d'un vico deserto, il nottambulo di buona volontà. Fin che abbiamo venticinque anni ci lasciamo vedere di faccia, sotto un lampione; poi di profilo, a testa bassa, dove la strada è buia.
E la bellezza della nostra vita è d'avere un amante anche noi, che ci faccia male ma che ci faccia piangere, che muova nelle nostre amiche più giovini qualche gelosia, che abiti per più di venti minuti la nostra vita deserta.