(Quivi s'avanza verso la ribalta il Compare, Cavaliere della Films, che volge all'uditorio queste affabili parole:

«La cura somma che ho di non offendere con equivoche argomentazioni o con evidenza di cose non timorate i fini timpani e i verecondi occhi delle Nobili quivi convenute Patronesse nostre, mi vieta che la Nuvola tardi oltre nello scendere su queste ambiguità stradaiuole. E scenda la Nuvola con ispessore, più rapida che non salì!

Volge nonpertanto la decima ora della Commedia, nè potrebbe la Dama ch'io servo rimanere oltre senza mutarsi d'abiti. Le strade a quest'ora, Messeri e Nobildonne, sono pressochè deserte in vicinanza del teatro; a vero dire non saprei qual personaggio mandarvi alla ribalta, che non vi sia causa di sbadigli, bensì vi disannoi nel tempo come sapete non fulmineo che la bellissima etèra Meridiana disporrà per il suo decimo vestimento.

Noi sappiamo che il Cavaliere dello Spirito Santo, nella prima parlata che fece, non riuscì molto gradito al pubblico, il quale assai più cose voleva da un tale fattosi annunziare con tanto buio. Lo s'incolpa d'aver dette improvvisazioni alquanto saltuarie, poi con una forma or di parabola or di satira che non parve nè limpida nè gustosa. D'acritudine sopratutto e d'orgoglio lo si accusa per il suo motto: «Vale nec parce», che modesto infatti non è.

Ma se troppo tedio non vi lasciò negli spiriti questo nomade Cavaliere dell'Oscurità, ecco Egli mi prega d'annunziare che fra poco tornerà su la scena, per parlarvi di cose che non saranno l'amore bensì molto vicine all'amore, e parlarvene chiaramente, sì che alfine possiate comprendere questo Cavaliere chi sia.

Poichè aveste la buona grazia di ridere a la celia del negro che s'intese chiamar biondo, vogliate, amabili Patroni e Patronesse, ridere con altrettanta schiettezza delle cose ch'Egli vi dirà dall'ombra, con l'intendimento particolare che la seconda sua parlata sia triste.

Ecco, Egli viene.»)

Pausa.
Gli Archi elettrici di colpo
sono spenti.
Un Violino canta solitario
lontano.

Buoni e piccoli amici miei, sparsi per la terra grande che ho traversata sognando, immaginate ancora una volta la malinconia del mio cuore nomade, che viaggia dentro di me senza morire nè vivere, cullando una profumata morta nel suo letto più voluttuoso, nella coltre fatta con il mio spirito per lasciarla dormire, nel vuoto sacrario d'una tomba che soltanto è rovina, ma che a volte per lei s'inazzurra come un bel cerchio di paradiso!

Talvolta per divertire costei che dorme, bella tra le sue fasce morbide com'era bella in vita, io l'adagio in una stellata vetrina di limpidi cristalli, pieni di rogo e di sole come se ancora chiudessero in sè l'anima della fiamma che li produsse; con paura l'adagio in questa vetrina stellata al pari d'una bella morta nella sua veste nuziale, con il capo alto su tre guancialetti morbidi così che senza fatica possa chiaramente guardare nel mondo. E vado in giro di lei scotendo incensieri di profumo, adunando a' suoi piccoli piedi le ghirlande più voluttuose che manda la primavera.