— Addio... forse mi sei stato più caro che tutto nel mondo... e mi sarai più fedele, se m'aiuti.
L'avversario illividì. Ora, nella sua carne innervata d'acciaio, ripalpitava il cuore dell'uomo, il cuore fragile che s'impaura e che trema, il cuore pieno di gemiti, che si commuove davanti alla bontà.
Su le labbra gli venne una confessione, l'ultima, la più disperata, e fu per dirla:
— Senti... Giorgio...
Ma un istinto supremo contenne la sua voce, gli ricacciò nel cuore le parole che ne traboccavano, e pensando all'amante, alla quale «doveva il suo delitto», mormorò a fior di labbro, come per chiederlo a sè stesso:
— Chi l'avrà amata più forte?
Ella s'interpose fra loro, bella com'era, vestita del desiderio d'entrambi, e sentiron ciascuno la sua presenza invisibile, soffersero di lei come se li toccasse con il suo corpo discinto.
Poi Giorgio disse:
— Tu forse, poichè rimani, mentr'io fuggo. E sopra tutto perchè è tua.
Una memoria di lei trascorse nelle lor vene, sentiron che si apriva tra loro un abisso perpetuo, vasto come la morte. Ancora tacquero, ed attesero, come se nell'indugio fosse una speranza imprevedibile. I loro pensieri correvano con isfrenata velocità per il più vasto campo che vi sia da percorrere, cioè dalla vita alla morte, dal principio alla fine d'una esistenza umana.