Nel treno che lo portava dolcemente, per una sera ventilata, traverso le campagne fragranti, egli cominciò a sentirsi ravvolgere da un senso di vera beatitudine, quasi avesse l'intima coscienza di volare leggermente incontro alla fortuna.

Pensava: — «Se mi capitasse di azzeccarne una finalmente! — Centomila lire!... Cosa sono centomila lire per il mio povero fratello? Dopo tutto siamo nati dallo stesso grembo! Lo so: c'è la moglie; ma non hanno figli. Centomila. Poi sono curioso anche di conoscere l'amico intimo, il gran professore... Centomila.»

E questa parola numerosa, interminabile, con uno strascico di zeri tondi e roteanti che parevano intessere nell'infinito la chioma d'una straordinaria cometa, gli turbinava intorno, moltiplicandosi nel cielo, finchè lontano si disperdeva in una striscia ondeggiante, o forse nel pennacchio di fumo che la vaporiera si lasciava dietro camminando.

Adesso il treno correva diritto per la rasa campagna, disegnando nella seguace ombra il traforo bianco dei finestrini. Veniva dalle pingui zolle un odor fertile di semenza matura; su l'estremo válico dell'orizzonte il disco paonazzo del sole affondava come un rotondo vomero nella terra lampeggiante.

Allora Tancredo fece un sogno, che non era del tutto un sogno e che appunto lo seduceva per la sua possibilità.

Un notaio, alto, allampanato, con gli occhiali a stanghetta, una voluminosa cravatta nera, leggeva il testamento del morto in una grande stanza dove c'erano molte persone attente. Lui, Tedo, se ne stava [pg!173] in un angolo, dietro tutti, ma seduto in una poltrona molto comoda, e guardava in alto, verso il lampadario, distrattamente... «Lascio mia moglie erede universale de' miei beni, con un legato di L. 100.000 ( — dico centomila — ) a Tancredo Salvi, mio fratello di madre, e...»

Tutte quelle persone attente si voltavano a guardare lui, ch'era tuttavia distratto, ma non poteva trattenere un certo risolino involontario che gl'increspava gli angoli della bocca. E il notaio seguitava a leggere con la sua voce fastidiosa come il ronzìo d'una vespa:

«Legato A... — legato B... — legato C...»

La vedova se ne stava seduta poco lontano da lui, pallida, nelle recenti gramaglie, e co' suoi grandi occhi pieni di torbide ombre insidiosamente lo guardava.

«Scritto di mio pugno, da me testatore, in piena coscienza di...»