Era il notaio che finiva di leggere il testamento, con la sua voce nasale ma ronzante; poi si nettava gli occhiali a stanghetta dentro un enorme fazzoletto blu...
Subitamente il quadro di quella grande stanza piena di persone attente si cancellò dal suo cervello; ma vide bensì la vedova, di sera, che saliva le scale con un candeliere in mano, forse per non trovar pace nella coltre insonne ove si contorcerebbe la sua profumata e vedovile solitudine...
. . . . . . .
Alla stazione, quando giunse, nessuno l'attendeva. Chiamò l'unico vetturino che già stava per volgere il suo cavallo, e di galoppo traversarono il borgo addormentato. A quell'ora le case degli artigiani eran buie: solo mandavan lume un paio di taverne, la bottega del farmacista, l'invetriata del caffè. Quando giunse a villa Fiesco, il cancello era chiuso ed il vetturino cominciò a schioccar di frusta. Uscì fuori dalla casa rustica la piccola Natalissa, e con la sua vocina di capinera da lontano gridò:
[pg!174] — Vengo sùbito.
Nell'alta casa una finestra s'aperse; confuse ombre vi si affacciarono, e s'udì sopra gli alberi del giardino la voce di Maria Dora che domandava:
— Chi è venuto, Natalissa?
— Un forestiero, — gridò la bimba. E da brava donnina già grande prese la sacca dell'ospite, lo accompagnò per il viale fino alla scalinata.
Maria Dora, Stefano, la Berta stavano sul limitare, in attesa. Nessuno fra loro conosceva Tancredo, se non di fama, e vedendo quello sconosciuto avanzarsi tranquillo dietro la bimba del giardiniere, a tutta prima non seppero immaginare chi fosse.
Egli pensava tra sè: — «Questo è il momento grave. Occorre una certa presenza di spirito...»