Ella volse gli occhi a guardarlo, sorrise ed obbedì.

Tancredo aguzzava tutte le sue facoltà d'osservazione, poichè la voce del Ferento, nel parlare con la vedova, lo aveva infatti colpito: una voce così diversa dalla sua consueta, blanda, persuadente, morbida, «una voce — se la definì Tancredo — che pareva la carezza d'un innamorato.» E per la seconda volta, ma quasi con rancore, si disse: — «Beato lui!»

Frattanto s'accorse che Maria Dora e Maurizio si parlavan piano e ch'egli doveva essere appunto la causa de' loro bisbigli. Allora domandò al Ferento:

— Scusi, professore, quando riprende i suoi corsi all'Università?

— Fra una diecina di giorni, signor Salvi.

E basta. Non c'era proprio mezzo d'attaccar discorso. A lui pareva che tutto dovesse avere un limite, anche il dolore per un morto, e trovò che in fondo esageravano un poco.

— Prenderemo il caffè in sala, — disse Maria Dora. E si levarono.

Tancredo, nel salone semibuio, si sprofondò in una comoda poltrona; di fianco gli misero un tavolino con la chicchera del suo caffè; Maria Dora gli propose la scelta fra un bicchierino di «Chartreuse» ed uno di «Cognac»; Tancredo preferì quest'ultimo per la veneranda polvere che ne affumicava la bottiglia.

[pg!204] La sala — quella medesima sala ove poco tempo innanzi, durante un chiaro pomeriggio di sole, Novella si era seduta al pianoforte per eseguire una fuga di Bach, mentre il marito l'ascoltava e la guardava protendendo verso lei con un disperato amore l'esausta persona febbricitante — la sala medesima era come quel giorno fragrante di rose, e come quel giorno il sole vi pertugiava dalle persiane, dissolvendosi traverso la penombra in una striscia di polvere luminosa.

Tancredo si sentiva bene, deliziosamente bene, sicchè, abbandonandosi alla sua natura fantastica, sognava che quella casa fosse la sua propria casa, immaginava di potervi da quel giorno in poi trascinare una vita opulenta e neghittosa, facendosi servire come un satrapo, satollandosi di pasti luculliani, consumando una cantina di bottiglie decrepite, lui, Tancredo Salvi, padrone d'una villa in campagna.