Il Ferento, in piedi su la soglia d'un altro salotto, stava leggendo un giornale; mamma Francesca s'appisolava sul divano; Maria Dora ed il giovinotto discorrevan sottovoce nel vano d'una finestra; la vedova era seduta quasi di fronte a Tancredo, con le due mani poggiate sui bracciuoli della poltrona di velluto scuro, il capo rovesciato sopra un cuscinetto che guerniva la spalliera, sicchè la sua gola bianchissima appariva scoverta come una procace nudità.

Allora Tancredo arrischiò una frase, timidamente:

— Si ricorda, signora? Io venivo a trovar Giorgio qualche volta in città...

Ella n'ebbe un tremito, come s'egli l'avesse interrotta nel mezzo d'un sogno.

— Sì, me ne ricordo, signor Salvi...

La sua voce le somigliava: era come la sua gola turgida, come la sua gamba seminuda, come tutta la sua persona, viziata, appassionata, soave.

— Ma ultimamente era un pezzo che non rivedevo Giorgio.

— Forse da quando si ammalò?

[pg!205] — Appunto.

Gli occhi della vedova eran dolci, grandi, fermi: lo guardavano in faccia, ed egli si sentiva vergognoso come un contadino sotto lo sguardo di questa bella donna.