Maria Dora, udendoli parlare, s'avvicinò e mise una mano sul braccio della sorella, poi s'appoggiò con i gomiti su la spalliera stessa ov'ella teneva il capo.
— Ed ora, — domandò il Salvi — lei pensa di rimaner in villa, o forse di fare un viaggio per distrarsi?
— Non so nulla per ora; non abbiamo ancora deciso nulla.
— Signor Salvi, — disse d'improvviso il Ferento, con una voce quasi gaia, — vuole che facciamo insieme una passeggiata nel giardino?
Egli si levò in piedi con un atto di repentina obbedienza e rispose: — Volentieri.
Scesero dalla scalinata e s'allontanarono fra gli alberi. Camminando, il Ferento ripiegava con lentezza il giornale, che poi si mise in tasca. Ma d'un tratto e senza preamboli disse:
— Lei desidera probabilmente saper qualcosa intorno al testamento di Giorgio Fiesco, non è vero?
— Ecco, no... ossia... — spiegava Tancredo con impaccio.
— Dunque: il testamento fu trovato nella sua scrivania ed ora è nelle mani del notaio Garlantini, qui del paese, presso il quale può prenderne visione quando crede. È molto semplice: istituisce la moglie erede universale, tranne un cospicuo legato in terre ai suoceri Landi, perchè poi lo trasmettano alla lor figlia Maria Dora. Qualche ricordo agli amici più stretti: lei non vi è nominato.
— Ah, benissimo... — rispose livido il Salvi, che per tutto quel discorso aveva trattenuto il respiro.