Diceva questo guardandola, tenendo le due mani posate su le sue spalle con un atto di protezione e d'amore. Ella taceva; ma un grande smarrimento le invadeva l'anima; continue lacrime le brillavano su le ciglia ferme.

Perchè lasciarla sola in quella tetra casa, dove non troverebbe alcun rifugio, quand'egli fosse lontano da lei? Perchè non portarla con sè nella loro città febbrile, nella loro città violenta, ov'egli sarebbe un uomo operoso ed ella un'amante nascosta? Perchè dissimulare, ed ormai vanamente, quello che tutti sapevano?

Ma egli l'aveva serrata contro di sè per consolarla, ed aveva detto: — «Non ancora. Devo, per un'ultima volta, partir solo. Bisogna che tu cominci ad essere una mamma, Novella, ora che lo puoi. Ricòrdati che il nostro bimbo dovrà, nascendo, chiamarsi con il suo nome. È triste, è orribilmente triste... ma, che vuoi? l'uomo, anche il più forte, non può sottrarsi a tutte le catene, a tutte le commedie che intessono la vita. Più tardi certamente l'adotterò, farò in modo che il tempo [pg!221] me lo renda; ma, se vogliamo che sia felice, deve nascere nel cammino giusto, cioè nella menzogna. Tuo padre, tua madre, chiunque ci conosca deve poter credere così. Perchè, solamente in questo modo, l'opinione della gente saprà tollerare ch'io ti abbia amata. E sei tu che devi proteggere la nostra creatura, Novella... mi capisci? Sei tu.

«Più tardi potrai venire in città, con Dora e con tua madre, se non vuoi trovarti sola in quel tuo appartamenento che forse ti spaventerà un poco. E attenderemo insieme che nasca il nostro bimbo, quello che noi dovremo amare molto, molto, Novella, perchè gli abbiamo dato più che la nostra vita...

Così parlando la guardava; una specie d'inerte fissità incatenava i suoi occhi per solito così mobili; una specie di pesante oppressione incurvava la sua maschia fermezza.

«Quando sarà nato, — egli riprese, — potremo finalmente pensare a noi; potrò dire finalmente che ti amo, che ti amo, e lo dirò così forte, Novella... con tanta gioia lo dirò, che forse ci perdoneranno. Perchè, vedi, se è vero che tu dovevi essermi vietata come poche donne lo furono ad un amore, certo nessun coraggio fu mai più grande nell'amore, del coraggio che ho saputo avere per te...»

Nella veglia ella ricordava queste parole, ma senza cercare di conoscerne il remoto senso; le ricordava come una musica d'amore che le avesse inebbriati i sensi e quasi come la memoria d'una snervante carezza, d'un lungo e lento bacio che le avesse affaticata l'anima.

Ed era felice di sentirsi ancor giovine, ancor bella, e così piena e così persa d'amore, da potersi concedere senza paure all'uomo che amava, da potergli rendere con pienezza quella gioia soverchiante ch'ella traeva da lui.

Era stanca, le dolevano le spalle, i ginocchi, le braccia, le tempie; non le riusciva d'addormentarsi, e [pg!222] quasi per scendere incontro al sonno, si adagiava nel letto più supina, cercava ne' propri capelli sciolti un più morbido guanciale. Ma, ecco, le avveniva di pensare con qual dolcezza si sarebbe addormentata nelle braccia dell'amante, reclinando sotto il suo respiro la fronte ismemorata e sentendosi a poco a poco disperdere in una immensa felicità, in un riposo che le parrebbe il limite dell'amore umano, la pace dei sensi e dell'anima, il piacere che non affatica più...

Ma poichè non poteva trovar sonno in quella ingrata coltre, si levò a sedere sul letto e con le braccia ricinse le ginocchia sollevate.