Il Ferento l'aveva da tempo fatto sorgere, contribuendovi largamente col suo proprio danaro, per farne un grande Istituto di cura e di preparazione scientifica, un'ara solenne della medicina moderna. Da lunghi anni egli vi dedicava indefessamente ingegno, amore, volontà, con tanto spirito d'abnegazione, con tanto lume d'intelletto, che già da ogni parte il suo chiaro nome v'attraeva gli sguardi fiduciosi di tutta la scienza europea, come ad una di quelle sacre officine ove un uomo di genio, curvo ed investigante su la materia malata, cerca senza posa di emancipare gli uomini dal patimento e rendere migliore la vita alle generazioni future.

Questo era veramente, nel suo santo paganesimo, il Tempio Umano.

[pg!224] Così limpido era il mattino, che ridendo nelle invetriate bagnava di splendore le contrade, traeva dalla pietra e dal metallo un tremolìo di luce pieno d'ilarità. La città rumorosa e popolosa, consumando i suoi traffici quotidiani, era desta, viva, celere, si affaticava con gioia. In quella chiarezza, ogni singolo movimento assumeva una evidenza particolare; l'insieme di tutte le cose pareva esprimere un senso di forza gioconda.

E la Città era veramente un'arteria del mondo, anzichè un aggregamento labile di case provvisorie, costrutte solo per contenere in sè il breve, inutile decorrere di tante vite umane. Era un'arteria del mondo e pulsava come una vela navigante; era un non so che di mostruoso che sbocciava dalla terra, dissimile da tutte le forme della natura; qualcosa d'immane che l'uomo aveva generato senza esempio, foggiando le montagne, piegando le foreste, costringendo i fiumi ad ubbidirgli: era un attendamento dell'uomo nella sua marcia verso l'infinito.

Assorto in profondi pensieri, non s'accorse che già, di lontano, su l'altura della collina, appariva la grande villa bianca, dal tetto d'ardesia, con le finestre protette da tendoni di tela quasi rossa. E quando se n'avvide, una sensazione del tutto nuova la percosse, quasi di stupore e d'angustia, una sensazione che per la prima volta gli accadeva di provare, davanti a quella casa veduta nascere pietra su pietra.

Quando l'automobile ne varcò il cancello, egli ebbe quasi voglia di tornare indietro, per sottrarsi alla noia di dover discorrere con tutta quella gente: i medici, le infermiere, la Direttrice, i malati, sopra tutto i malati.

Allora, in una sola evocazione, rivide le lunghe corsìe, le sale operatorie, le piccole stanze, linde, uguali, con un letto in ferro, anch'esso bianco, due seggiole, un armadietto, un tavolino.

Era la prima volta che gli accadeva di provare quel senso di stanchezza, di noia... Perchè la prima volta?

[pg!225] Alcuni convalescenti passeggiavano per il giardino, e lo salutarono. Egli guardò la quercia altissima che sorgeva dal mezzo dello sterrato, l'albero calmo e tutelare intorno a cui le vetture compivano il giro per ridiscendere verso la cancellata. Nell'alto fogliame, come in un immenso alveare, le nidiate cantavano.

Com'egli era stanco!... Perchè mai così profondamente stanco?