La Direttrice gli scese incontro per la piccola scalinata, e con molta esuberanza lo festeggiava. Un infermiere, due medici, uno studente stavano su la porta. «Ben tornato! Ben tornato!...»
Egli s'accorse d'un lieve odore d'acido fenico e di cloroformio che usciva dal corridoio; questo lo sorprese, come l'aveva sorpreso l'aspetto della Clinica.
Tese la mano a tutti, scambiò alcune veloci parole coi più vicini, mentre la Direttrice, un po' chiacchierona, non ristava dall'esclamare: — Com'è dimagrato, signor professore! Com'è pallido! Non sta bene?
— Un po' d'insonnia, signora Maggià; nulla di grave.
S'avviò frettoloso verso lo studio, seguìto dal suo primo assistente, un bel giovine biondo, con gli occhi luminosi ed intelligenti, che aveva una così chiara voce da mandar in visibilio tutte le infermiere, quando, nelle ore d'ozio, accompagnandosi con la chitarra, cantava. Una profonda cicatrice, pur visibile tra la barba, gli feriva il principio del collo sotto la mandibola sinistra, ed era il segno d'un'infezione presa nel curare un malato. Egli era così devoto al Ferento, e così ciecamente lo ammirava, che gli avrebbe dato il suo corpo stesso per un esperimento micidiale, s'egli lo avesse domandato. Più che venerazione, questo amore per il suo maestro era una specie di totale soggiacimento, anzi una di quelle fanatiche sottomissioni, che gli uomini di scienza riescono spesso a determinare, per una superiore virtù del loro ingegno, sui discepoli che hanno meglio educati.
[pg!226] — Ebbene, Rosales, come va?
Il giovine stava ritto davanti alla scrivania, guardandolo chiaramente negli occhi.
— Io sto bene, professore. Ma lei ha veramente l'aspetto stanco.
— Sì, un po' stanco, un po' stanco... Ed i malati? Come vanno i nostri malati? Nulla di nuovo?
Intanto sfogliava la numerosa corrispondenza, lacerando le buste con l'unghia e scorrendo i fogli con nervosa rapidità. Nel medesimo tempo l'assistente gli faceva il suo rapporto, con voce calma, precisa, mettendo nelle sue frasi una brevità quasi soldatesca.