— Ora, — disse Marcuccio avanzandosi fra i due, — ora, professore, mandate via Dora, che vi leggerò qualcosa.

— Veramente, Marcuccio, — egli rispose con indulgenza, — queste letture si ascoltano meglio la sera. Di giorno c'è troppo svago e troppo rumore. Attendi fin stasera: verrai nella mia camera e leggeremo. Intanto lavora.

— Come volete... — rispose lo scemo, con malumore. Ma sùbito si arrese a quel ragionamento: — Certo la sera è meglio; si è più raccolti. Solo non posso trovare il titolo per il mio libro: me lo dovreste suggerire voi.

— Ci penserò, Marcuccio, e stasera lo avrai.

Allora lo scemo si ritrasse, parlando fra sè, con [pg!21] ampi gesti: — Voglio divenir celebre, celebre, celebre!... — Poi, forte: — Spiegàtemi: come si fa per diventar professori?

— Io vi dicevo, Maria Dora... — E rispose a Marcuccio: — Si studia e si lavora.

— Aouff!... — esclamò Dora stizzosa.

Ma lo scemo, senza badarle:

— E quando avrò pubblicato il libro, mi chiameranno professore?

— Certo, certo!