Era pur nato nella famiglia vandalica dei dominatori: avevano battuto il suo metallo su l'incudine che foggia la corona dei re; il suo cammino era per l'alte nuvole, nell'infinita bufera. Ma questo bisogno d'esser tale, di non potersi credere inutile come un piccolo uomo, era insieme la sua spirituale schiavitù. E trovava necessario di appartenere ad una missione, ad un amore, ad un'idea; sentiva, negando, il bisogno di credere, comandando, la necessità di ubbidire.
Egli s'era provato ad uscire dal dominio suggestivo delle parole, rompendo la catena dei sensi, ed era giunto a quel segno dove la convenzione cessa, gli estremi si confondono, e tutte le parole che in sè racchiudono un senso antagonistico — piacere o dolore, fede o negazione, dovere o diritto, e più oltre, fino all'ultime: vita o morte — non possono altro rappresentare che un suono di sillabe diverse.
Così egli pensava, ed aveva per lunghi anni pensato, finchè la sua mano temeraria s'era persuasa di poter compiere ciò che la logica umana chiama un delitto.
Ma inattesamente la sua materia si sentiva trasformata da quest'atto, e gli pareva che un oscuro divieto ci fosse, fuori dalla coscienza, dalla logica, dalla divinità, — un divieto fisico, radicato anch'esso nella materia universa come un istinto fondamentale, profondo in essa come quell'altra legge di dedizione e di generazione, [pg!250] che veramente è l'anima delle cose, il Dio non creato dagli uomini...
Ed ora non sentiva nemmeno più il bisogno di difendere con una frode complicata il suo semplice delitto; sentiva solo che un barbaro antico era tornato a vivere nel suo cuore angusto d'uomo civile, ove la preda e l'amplesso rimanevano ancora le più belle ragioni del vivere, dopo tante metafisiche fallite, dopo tanti millenni di ascendente umanità.
Allora mosse la penna su la pagina bianca, e scrisse all'amante che amava:
— «Sì! parti domani, come tu vuoi, come voglio anch'io... perchè ti amo, ti amo, e non amo che te!»
II
Adesso di casa in casa, d'uscio in uscio, la voce correva. Era un piccolo serpentello, nero viscido rapido, ch'entrava di soppiatto per le fessure, faceva il giro delle camere, saltava inafferrabile, spariva. Aveva cominciato a muoversi nell'ombra, con un tortuoso e lento camminar di vermiciattolo, ed ora non aveva più paura nemmeno del sole; fischiava con la sua lingua biforcuta, lasciando per dov'era passato una lumacatura brillante. Non potevan trovarsi due persone a discorrere insieme, che non capitasse loro fra piedi; non rispettava nè i focolari nè i talami, nè il municipio nè la chiesa; ogni giorno cresceva d'insolenza e fischiava con maggiore implacabilità.
La gente dapprima se n'era impaurita; ma ormai lo lasciavan entrare liberamente per le lor case, e, stupefatti della sua straordinaria vitalità, nessuno cercava nemmeno di schiacciargli il capo sotto il piede, come si usa fare con le vipere.