[pg!251] Il serpentello fischiava e diceva: «L'hanno avvelenato... sì, sì, sì...»

Una curiosità malsana cominciò ad agitare quella calma popolazione; tutto il giorno v'era gente che si aggirava nei pressi del cimitero, discorrendo a bassa voce; taluni andavano a visitare la tomba recente, quasi per interrogarla sopra il suo mistero; di notte i lumi si spegnevano più tardi che per il consueto e certi orribili sogni scendevano a turbare la fantasia di que' semplici lavoratori.

Su, su, strisciando fuori dal borgo, la voce era salita fino alla villa; era entrata per l'ortaglia e per la porta di servizio; s'era fermata qualche giorno in cucina prima di arrischiarsi ad entrar nelle sale.

Ma quando Novella fu partita per la città, e nella casa restaron i due vecchi, Maria Dora, lo scemo, a consumar tristemente le giornate inoperose, una mattina capitò il padre di Maurizio e chiese di parlar con Stefano da solo a solo. Certo egli non compiva due volte all'anno un così lungo tragitto co' suoi logori piedi: ma era venuto perchè ciò gli pareva necessario, ed eran amici da troppo tempo, lui e Stefano, perchè gli paresse lecito di tacer oltre.

— Senti... faccio bene? faccio male? Non so. Ma devo dirti una cosa grave... molto grave.

Stefano aggrottò le ciglia.

— Poichè tu, naturalmente — continuava l'altro, — non sai nulla...

Stefano infatti nulla sapeva. Ma non era del tutto impreparato. Qualche indizio lo aveva pur sorpreso; certe vaghe ombre nelle fisionomie della gente, certi mormorii, qua e là, per i cascinali, non gli eran del tutto sfuggiti.

— Si dice... — cominciò il vecchio.

Era un campagnolo del vecchio stampo, e si spiegò senza tergiversare, con parole spedite.