Ormai la bufera gli era passata sopra senza schiantarlo; anzi ne usciva più forte, acceso di tutti i suoi spiriti battaglieri, pieno fino alla gola d'una viva ebbrezza di combattimento. Aveva d'un tratto riafferrato il comando della sua schiera; gli ubbidivano ancora senza riflettere, con quella dedizione assoluta che inebbria i condottieri. L'avere ucciso, l'esserne accusato pubblicamente, non gli pareva cosa bastevole perchè la legge avesse forza contro di lui. Era così tirannicamente sicuro del suo diritto sovrano, che non avrebbe mai teso i polsi alle catene dei poteri sociali; non riconosceva nel mondo alcuna forza che bastasse a limitare in un modo qualsiasi la sua magnifica e terribile volontà.

Ma, se mai un tal giorno venisse, Andrea Ferento rifiuterebbe di ubbidire. Non lo vedrebbero mai, seduto fra due sgherri, sul banco degli accusati; mai elargirebbe quest'ora di trionfo all'ambizione d'un Salvatore Donadei.

[pg!309] Rifiuterebbe l'obbedienza come un ribelle, come un sollevatore di folle, come un re. Prima di poterlo ammanettare, bisognava combattere qualche giornata di guerra civile; — in ultimo, non lo avrebbero che morto.

La legge che basta per dominare le piccole anarchie, non bastava per lui: era un capo, aveva la sua milizia, pronta fino all'eccidio, darebbe il segnale: si combatterebbe. Un odio furente lo accaniva contro tutti coloro che avevan osato trattarlo come un uomo. Nell'ardore della contesa, in lui si riaccendevano tutti gli istinti feroci ed imperiosi che facevano di questo apostolo d'idee un selvaggio dominatore di uomini.

D'altronde, in quella sera, egli sentiva che la battaglia stava per esser vinta. I medici preposti alla necroscopìa eran tre uomini dei quali conosceva tutti gli errori professionali, tutte le ambizioni private, come un padrone conosce le pecche de' suoi domestici; nè per coscienza propria nè per istigazione d'altri, mai avrebber osato accertare a suo danno la prova, ch'era d'altronde inaccertabile.

Ognuno sentiva oscuramente che Andrea Ferento non verrebbe tradotto in Corte d'Assise, e quelli stessi che si cullavano in tale speranza, eran tuttavia trattenuti dallo smascherarsi per tema della sua vendetta. Lo sapevano potente, e sapevano che i potenti non sono mai soli.

Eppure, quanto numero di acerbe invidie non sentiva egli strisciare dietro il suo passo tranquillo, pronte a sibilare, a mordere, quando appena lo vedessero inginocchiato! Invidie non solo politiche, ma professionali e private; subdoli rancori di uomini mediocri, ai quali era passato dinanzi, troppo fulgido, nel cammino della vita, e che ora speravano con silenziosa viltà di vederlo per sempre abbattuto nella polvere.

Ben lo sapeva, ed era con un senso d'orgoglio intimo ch'egli sentiva battere contro la sua dura forza questo impossente furore. Forse nella sua Clinica stessa, [pg!310] nell'Ateneo medesimo dove insegnava, tutta una rivalità che non poteva sperare di sorpassarlo altrimenti, era in attesa del colpo mortale che lo ferisse in pieno cuore. Quanti Salvatore Donadei, grandi o piccoli, non vivevano intorno al suo cerchio di splendore, camuffati e silenziosi, fino al giorno in cui potessero togliersi via la maschera!

Ma uno solo aveva osato per tutti. Aveva osato con un coraggio inconsulto e precipitoso, giocando a sua volta una posta ben grave, per un uomo com'era il Donadei, pieno di accortezza, di cautela e d'impostura. La passione lo aveva sopraffatto; si era sentito sicuro di poter guidare un assalto irresistibile, e senza timore alcuno aveva bruciato i ponti dietro di sè.

Nel muovere questa guerra, egli contava senza dubbio su vaste complicità, su poderose alleanze; ma era ugualmente fuor di dubbio che l'estensore degli articoli firmati «Ergo» non aveva quasi nemmeno tenuto conto di quella prudenza elementare, che sempre ágita davanti agli occhi degli accusatori e dei polemisti gli articoli del Codice Penale intorno alla diffamazione. Gettando il dado, Salvatore Donadei dava il suo nemico per morto.