Non più l'irosa voglia del combattere, non più la gioia sopraffacente che si origina dalla coscienza del proprio potere; non più nemici, non più giornate sospese [pg!319] nel dubbio del domani, non più l'accanimento febbrile che gli occupava la veglia ed il sonno; ma invece una stanchezza quasi vuota, una specie d'annientamento, un gorgo aperto nell'essere, un'ala che ha volato troppo alto, ed ora cade, cade...
Non era neanche giunto alla pienezza della maturità; aveva trentotto anni, e davanti a sè la vita, come una limpida libera strada. Era sicuro d'aver battuto il buon cammino, d'aver distinto il bene dal male con alti sensi, d'aver professata la propria coscienza con assoluta sincerità. Se aveva peccato, era d'orgoglio, nel non credere agli altri, nel volere col suo proprio dio; un dio prigioniero nella materia, che nasceva e moriva con l'uomo. Persuaso di poter imprimere un segno anche minimo nella storia della conoscenza umana, aveva intesa la vita come un sacerdozio, e, sebbene ciò fosse dissimile dalla sua natura, la spendeva con tenacità in una intensa e buona fatica.
Aveva eretta la Scienza a sola divinità della vita: era persuaso che il Dio lontano fosse, fino ad un certo punto, il potere dell'uomo.
Per ciò bisognava, ed anzi era necessario, debellare con pugno fermo l'ignoranza ed i pregiudizi millenari delle stirpi, vuotare dagl'idoli marci le cloache del mondo.
La sua concezione della vita escludeva nel modo più scientifico tutto quanto è miracolo, tutto quanto è rivelazione; escludeva il Dio perpetuo ed immemorabile, che può non nascere nè morir con l'uomo.
Un giorno, in mezzo a tanto volo, gli era accaduto quello che accade all'essere più comune: — s'era innamorato, innamorato fino ad uccidere, — e non più d'un pensiero astratto, ma d'una creatura fugace, lieve, bella, transitoria, d'una forma femminile che s'impadroniva del suo mondo, che pareva radunare in sè le ragioni estreme della vita.
Il primo giorno che amò, la parola «uomo» gli parve d'improvviso assumere un significato diverso; [pg!320] non peggiore, non migliore: diverso. Gli parve che i confini della vita divenissero più angusti, ma più definitivi, e si accorse di aver esclusi da ogni ammissibilità molti principî dei quali non aveva dimostrata in alcun modo la inconsistenza. L'immenso edificio spirituale, costrutto sul fragile telaio delle sue verità positive, cigolava minacciando rovina per il semplice fatto d'una uccisione e d'un amore. L'ultimo volo del suo pensiero temerario si abbatteva esausto contro una parete insuperabile.
Un dubbio interamente soggettivo entrava così nel suo mondo spirituale, poichè infatti, nell'ebbrezza della passione, il piccolo fenomeno della sua propria vita ed il fenomeno parimenti fugace della creatura che amava gli parvero d'un tratto essere divenuti la cosa più vasta, più significante, nell'universo mondo. Non era più così necessario che la materia opaca rivelasse all'indagatore il suo segreto essenziale, poichè la materia possedeva in sè un mezzo per divinizzarsi, per soverchiare con una specie di lirismo i suoi stessi confini, risvegliando nell'uomo che passa tra i fugaci miracoli della terra un senso ulteriore del mondo, il senso della universale divinità, «ciò che veramente è l'anima delle cose, il Dio non creato dagli uomini...»
Poteva darsi perciò che il suo delitto medesimo, il suo cánone anarchico, sostenuto con tanta dialettica sottile, non fosse in fondo che un atto barbaro dell'amore, non fosse in lui che un ritorno immemorabile dell'uomo alle sue rapine primitive. Era una mente serena: doveva pur contemplare, senza impaurirsene, anche questa possibilità.
E lo fece.