Rapidamente, con le sue mani svelte, la fanciulla ordinò le chicchere sul tavolino. Da poco erasi levata in quel mattino ilare; aveva indosso un buon odore d'acqua di lavanda e di cipria fina; i capelli dorati le splendevano della recente acconciatura; portava una gonnella corta con sopra un bel grembiule merlettato.
Seduto in un angolo della loggia, il suo fratello più che ventenne, Marcuccio lo scemo, scriveva a matita velocemente, con una specie di frenesia, tenendo il quaderno su le ginocchia sollevate e standovi sopra curvo, in attitudine di gran fatica. Un passo lontano da lui, sovra una seggiola di paglia, era il suo logoro violino e v'erano i suoi grossi gomitoli di lana, coi ferri da calza, poichè scrivendo, sonando e facendo la calza egli occupava la monotonia delle sue lunghe giornate.
— Uh!... Marcuccio, come lavori!... — fece Maria Dora, guardandolo. Ma lo scemo, lunatico, scrollò le spalle e non rispose.
Ora nel giardino papà Stefano redarguiva con voce burbera il fattore; questi l'ascoltava pieno di rispetto, [pg!3] ma insieme con quella cert'aria cocciuta e ironica che sanno avere i contadini.
— Insomma, vi dico, Mattia, che se Giannozzo ha rotto l'aratro, è lui che se lo deve pagare. Il contratto colonico parla chiaro: danni di cascinali e d'attrezzi a carico dell'affittuario. Io non so nulla! Ha firmato... non doveva firmare.
Maria Dora, che l'ascoltava dal loggiato, ruppe in un trillo di riso. Stefano si volse:
— Che hai tu, farfallina?
La fanciulla battè insieme le mani, quasi per dileggiarlo, e scappò via. Stefano concluse:
— Dunque non voglio saper nulla! Ditelo chiaro e tondo a Giannozzo da parte mia.
— Va bene, signor Stefano, lo dirò... solamente...