Nel momento ch'ebbe un figlio, sentì la catena che lo avvinceva inesorabilmente alla sua propria fine; sentì l'origine di quel buio dolore che rivolge l'uomo decrepito verso la gioventù sempre fuggente, poich'egli non può ringiovanire se non avventando la sua furente voglia di vivere nel cuore più giovine d'un figlio, come d'un altro sè stesso, che trascinerà la sua ombra verso il perpetuo domani.
L'onda, l'onda, l'onda... e più lontano ancora l'onda, e fin oltre i limiti di tutte le lontananze, ancora e per sempre, inutilmente, l'onda...
Egli chiuse gli occhi, sopraffatto, e gli parve di [pg!326] sentirsi uccidere con una lentezza crudele dalla stessa chiaroveggenza del suo pensiero. Se tale infatti è il mondo, qual'esso appare all'uomo che avvedutamente lo guardi, come potremmo ancora senza tedio accingerci a pensare, a volere, ad amare, ad irrompere insomma con tutta quella ingordigia ch'è nostra nei dominii della vita? Se una tale inutilità sovrasta ogni meta, perchè mai l'uomo si affaticherebbe ad essere qualcosa più che un rassegnato gauditore di gioie distruttibili?
O forse la materia è così prodigiosa, ch'essa ci salva persino dal nostro medesimo pensiero, e quanto più la nostra mente s'accanisce a distruggere il senso del vivere, tanto più l'istinto illogico ed imperioso della nostra vitalità ci sospinge ad amare con ebbrezza quello che pur vediamo essere un nulla?...
Forse. Perchè l'uomo non ha nella creazione che un solo nemico: sè stesso. Quando l'addormenta, è felice; quando lo fa pensare, disperato. Nulla vi è che resista, che sia qualcosa, davanti al nostro pensiero: nè la bellezza, nè il piacere, nè la verità, nè l'amore, nè il pensiero medesimo... nulla, nulla! E tuttavia non siamo che gli innamorati inguaribili dell'una o dell'altra di queste cose fallaci, non possiamo far altro nel mondo che seguitare a credere l'assurdo, a fidare nell'inganno, a volere l'inutilità...
«Sorella, non eran fili
di paglia, e nemmeno d'argento;
non erano che un po' di vento
rosso... Ne ho prese più che cento;
m'hanno bruciato i guanti.
Le diamo al bambino piccino
le stelle filanti filanti?...»
Erano soli, nella camera silenziosa; il mese d'autunno, con folate calde, gonfiava le tende senza muoverle, senza far nascere il più piccolo rumore. Nel guardare [pg!327] la notte, pareva che un velo di mussola nera continuamente s'avvolgesse intorno ad un cerchio d'azzurrità; entro infuriavano stelle, come lucciole prigioniere in una finissima rete.
Allora egli ricominciò a sognare che l'amava, che l'amava con voluttà e con oblìo, come se gli dilagasse per le vene il fumo d'un oppio ubbriacante; perchè al disopra d'ogni titanica impotenza del pensiero cantava tuttavia l'amore, questo volo dell'essere ch'era il più lontano dalla morte, ch'era stato e sarebbe in eterno la più bella favola del mondo...
X
Ma egli aveva ucciso.