Allo stesso modo che il suo pensiero gli impediva di credere nel divino, di costituire l'alta sua libertà sotto l'arbitrio dei pavidi legislatori, così la sua logica imperatoria gli impediva di ritenere che ciò fosse un delitto. L'aver soppresso non era, nella sua coscienza incolpevole, che un atto barbaro ma necessario di dominazione. Certo non lo mordeva il rimorso che tormenta il mediocre; anzi la sua volontà micidiale continuava senza infrangersi dopo la consumazione del delitto. Se talvolta, di sorpresa, un dubbio lo assaliva, gli era facile impadronirsi velocemente di sè stesso, riflettere, annientare il suo dubbio. Le piccole paure dell'uomo non erano fatte per lui. Ma quello che invece lo torturava era la menzogna, ed era il silenzio, dai quali non poteva disciogliere il suo virile coraggio.
Preso d'assalto, era stata buona guerra il mentire, poichè fra uomo ed uomini tutto è lecito quel che fa essere il più forte. Ma ora, lontanata la guerra, egli sentiva una ripugnanza invincibile della sua frode; perchè, se l'uomo può mentire in un giorno di pericolo, [pg!328] non deve, non può, tutta la sua vita vivere nella menzogna.
Sì, da un lato era in pace con sè stesso; almeno gli pareva. Ma dall'altro egli si sentiva divenire crescentemente il nemico di sè stesso, e talvolta sentiva di trascinare in sè una fatica morale man mano più insopportabile.
Passavano i mesi, gli avvenimenti mutavano; l'epilogo d'una storia di morte s'era chiuso intorno ad una cuna. Per riposare la sua fatica e per lasciare che un poco di silenzio addormentasse quei giorni di furore, aveva trascorse parecchie settimane in una recessa villeggiatura, con Novella, e con la famiglia di Novella che vigilava il loro piccolo bimbo.
Ormai nessuno di costoro, forse neanche Maria Dora serbava in apparenza il più piccolo dubbio su la possibilità che il giudice avesse prosciolto un colpevole, tanto è profonda nel cuore dei semplici la deferenza verso la cosa giudicata. Inoltre, con la nascita di quel bimbo, egli s'era impadronito quasi d'un diritto, ingiusto ma grande, al loro amore: fra poco sarebbe il tempo delle nuove nozze; il lontano morto non aveva lasciato superstiti, e la famiglia, ch'è un organismo incoscientemente avido di dominio, si rinserrava intorno a quell'intruso che la faceva continuare. Non era crudeltà nè indifferenza; questo accade ogni giorno e dappertutto, poichè il diritto dei morti non può prolungarsi oltre un certo limite nell'osservanza dei vivi.
Già tardo era l'autunno quando Andrea fece ritorno alla sua Clinica ed essi alla lor casa di campagna. Ma in capo di qualche tempo Novella, che non sapeva rimanergli lontana, lasciato il bimbo alle cure di sua madre, tornò ad abitare per l'ultima volta nella casa di Giorgio Fiesco.
Dalla maternità era uscita quasi più giovine, più vogliosa di vivere, nè ormai cercava di opporre alcun ritegno alla pienezza della sua felicità. Verso la primavera si sarebbero sposati, ed ora veramente, senza [pg!329] ombra di rimorso, vedeva la vita splendere davanti a sè come una striscia di sole.
Egli a sua volta provava un desiderio insaziabile di starle più strettamente vicino; di lei si stordiva, di lei si colmava il pensiero e le vene, sino ad averne bisogno come d'un farmaco soave nel quale s'addormentasse l'indefinibile suo tormento. Lontano da lei, la vita mutava colore.
Ella era tornata gioconda come una fanciulla ed il suo spirito si era liberato dal dramma con una facilità sorprendente. Non si ricordava quasi più d'essere madre; in lei traboccava il riso dell'amante felice; il suo corpo, le sue parole, i suoi gesti erano più voluttuosi che mai. Gli abiti neri che ancora la vestivano eran quasi un velo necessario alla soverchia sua impurità; sembrava che li portasse con una religione profana e tentante, come una suora che visibilmente abbia voglia d'amore sotto il cilicio della sua veste claustrale.
Era la sua prima, la sua vera giovinezza, quella che non aveva potuto fiorire negli anni del matrimonio doloroso.