Ora, non veduto da lei, dietro quel velo di sole, Giorgio abbandonò il capo su la spalliera della poltrona e rimase immoto a contemplarla. La cassa d'ebano, ferita in un fianco da quella polvere accesa, mandava dal legno curvo un gran mazzo di scintille. L'opposta parete rifletteva mutevolmente l'ombra della suonatrice. Le sue spalle trasalivano, accompagnando la nervosa celerità delle dita; il suo busto si curvava un poco in avanti con un oscillamento leggero, e messo in evidenza da quella positura su l'alto scanno appariva di una mirabile plasticità; la curva del seno, calma e forte, si delineava di scorcio, sotto le braccia irrequiete. Traverso quel raggio la sua capigliatura prendeva tutt'intorno la chiarità stessa del sole, mentre nel mezzo era fosca e folta, con riflessi color del mogano, [pg!36] come un caldo velluto. E nella faccia dell'infermo, non sorvegliata più dalla vigilanza interiore, s'incavava una squallida miseria, quasi un furore taciturno, una visibile distruzione. I suoi occhi erano spenti, la bocca s'appesantiva; ne' suoi radi capelli, traendone un luccicore quasi umido, penetrava il sole.

Sì, l'amava, l'amava! e morendo l'amava... il che è più disperato che tutto, più irremediabile che tutto!...

Due volte, dietro l'uscio, una vocina di bimba fece:

— Si può?

Ella s'interruppe, e sùbito rispose:

— Avanti.

Era Natalissa, la bambina del giardiniere, con un grande fascio di rose tra le braccia. Teneva i lunghi steli ravvolti nel grembiulino per non pungersi le dita; il visetto gaio le sbocciava sopra quei fiori con un sorriso di donnicciuola grande.

— Il papà mi manda con i fiori da mettere nei vasi. Dice che se li deve accomodare lui, verrà più tardi, perchè adesso è occupato nell'ortaglia e sùbito non può salire.

Parlava con un cinguettìo di passera, tenendo in braccio quel gran mazzo di rose, che per la lunghezza degli steli parevano maggiori di lei.

— No, piccina, — ella rispose, lieta che alcuno fosse venuto a interrompere la loro solitudine. — Dalle a me; le accomoderò io.