— Come vuoi.
Udirono il passo di Andrea lontanarsi per il giardino, e rimasero soli nella sala terrena, egli seduto [pg!35] presso la finestra, ella presso il cembalo, con una lunga striscia di sole, piena di pulviscolo, tra loro.
— Cosa leggi? — egli domandò.
— Nulla: guardo un tuo libro. È «Il Riso Rosso» di Andrejeff. L'hai letto?
— Non ancora.
Entrambi fissarono gli occhi su quella striscia polverosa di sole, dove s'agitava un microcosmo infuriato, una specie di convulsione continua che non faceva rumore, come le tempeste dell'anima. Avevan quasi paura entrambi di guardarsi nel viso; il silenzio li avvolgeva come uno strepito assordante.
— Vuoi suonarmi qualcosa, oppure sei stanca? — egli domandò.
— Volentieri.
Si alzò, sedette macchinalmente su lo sgabello del pianoforte, con una compostezza d'automa, evitando quasi di far rumore, o forse timorosa di sbagliare in checchessia. Aperse il cembalo, scoverse la tastiera, e leggermente, con le dita veloci, cominciò a suonare una fuga di Bach.
Un bel rubino, rosso come una goccia di sangue, le macchiava la mano pallida.