Aperse gli occhi, rinvenne da quel torpore come da un sogno che fosse durato senza limiti, e la cercò. Dov'era? Non súbito la vide: quell'irruenza del sole pomeridiano faceva della stanza una prigione infiammata, traeva da tutte le cose un fulgore insostenibile, simile quasi ad un frastuono assordante.

Poi la vide: stava seduta dinanzi al cembalo, con la testa china, il mento piegato sul petto, una mano su la tastiera, l'altra posata sul grembo, quasi affondata nella gonna scura; ed ella medesima era coperta d'ombra fino alle ginocchia, ma con il busto avvolto dal sole come dalle spirali d'una fiamma che divampandole intorno al capo, quasi alla sommità d'una torcia, le sprigionava dagli accesi capelli un volo di pulviscoli d'oro.

— Novella... — chiamò con le sue fredde labbra.

Ella trasalì, si eresse; nell'atto brusco della mano tre tasti diedero tre note veloci.

— Non dormivi?...

Ma, invece di rispondere, Giorgio la chiamò a sè, tendendo le mani verso di lei con un gesto supplichevole. Ella si levò, confusa, temendo perfino il rumore che faceva nel muoversi, e con il cuore gonfio di commozione s'avvicinò all'infermo.

— Che vuoi? Stai male? Ecco, vedi!... — gli andava dicendo con una voce piena di umile fedeltà.

— No, no, ascóltami...

[pg!55] Ella prese le sue mani, con dolcezza; le strinse. Ardevano entrambi, nei palmi, nei polsi, d'una diversa febbre; si guardavan come fossero entrambi colpevoli, con timore, con esitazione.

Allora ella vide su le ciglia dell'infermo, su quelle ciglia bionde, così buone, sotto le quali non s'era mai fermata alcuna ombra iniqua, vide brillare due lacrime grandi e limpide, che caddero insieme, scavando ancor più la sua faccia devastata. Ed ella pure sentì un singhiozzo rompere il nodo che aveva nella gola, irrefrenabile...