— Maestro... — fece smarritamente lo scemo, — maestro... e in tal caso, l'amore?
— L'amore? — esclamò Andrea nervosamente, con una rapidità quasi iraconda. — L'amore non è che un perditempo! Cerca di saper farne a meno, anzi di persuaderti che l'amore non c'è!
Lo scemo dovette meditare su queste parole; poi gli parve d'aver compreso.
— E voi, — domandò lentamente, — voi non amate?
Quasi urtato in pieno petto dalla domanda inattesa, che aveva, o gli parve, un non so che di proditorio, Andrea Ferento ebbe un sussulto impercettibile, rovesciò la fronte all'indietro con quell'atto imperioso ch'era in lui abituale quando voleva resistere o comandare.
— Io, — disse con asprezza, come se la domanda non gli venisse dallo scemo e non a lui dovesse [pg!63] rispondere, — io non ho amato che una sola cosa nel mondo: la mia opera; e ciò basta.
Poi traversò quasi con impeto la stanza, e preso lo scemo per un polso, fortemente lo accompagnò verso l'uscio. Da lui Marcuccio si lasciava condurre con una docilità quasi pecorile, senza osare mai di contraddirlo, perchè nel suo sperso intelletto non dominava che una sola fissazione: quella di potergli assomigliare.
Aveva con ardenti sogni amato la gloria nella sua giovinezza dedita alle fatiche più nobili dell'ingegno, e questa gloria ch'era stata la sua lontana amante, il suo fantastico sole, continuava ora a perseguitarlo con tentazioni assurde, a riaccendere di eroiche imprese la sua demenza mansueta.
Papà Stefano si era seduto sopra una seggiola, e raccoltasi la fronte nella mano, meditava dolorosamente su la pietà che gl'ispirava il suo figlio. Ogni tanto scoteva il capo e si ricacciava la commozione in gola, mordendo la pipa spenta, che lo impolverava di cenere. Di sventure, nella sua lunga vita, ne aveva sopportate assai, con quel coraggio paziente che l'anima dei semplici sa radunare contro la sciagura; ma questa, che gli aveva distrutto nel fiore dell'età il suo figlio adolescente, questa non la poteva tollerare per quanta rassegnazione avesse nel suo cuor di cristiano.
Finchè Marcuccio se ne stava zitto, faceva la calza, scriveva o camminava per la casa come un automa, traendo dal suo violino, sempre, sempre, quella medesima canzone, ch'era divenuta per tutti quasi un incubo superstizioso, il padre non malediva la sorte, si contentava di guardarlo con occhi tristi e scuotere silenziosamente il capo. Ma quando l'udiva imbastire insieme, con una voce monocorde, que' suoi lunghi discorsi incoerenti, che tradivano il cervello senza governo, e poi finivan per lo più in una risata stridula, che faceva male come un colpo di frusta, il padre talvolta non sapeva più contenere la piena del suo dolore taciturno.