— «Ti ricordi?...» — voleva quasi dirgli, mentre stava curvo sopra il suo letto, sopra le sue logore membra, in quella camera semibuia. — «Ti ricordi?...»
E con quella celerità istantanea che solo il pensiero possiede, tutta rievocava in un baleno la storia di tanti anni, le vestige di tante memorie che infuriavano, là indietro, come foglie ammulinate, in quel turbine che si chiama il passato. E ogni tanto domandava a sè stesso, quasi con un senso di reale incertezza: — «È lui? proprio lui, quest'uomo che ora giace? quest'uomo ch'io faccio morire? È lui? Giorgio?...»
Anche il suono mentale di questo nome gli pareva una cosa lontana.
Poi subitamente si ricordò di una sera, — una sera non tanto remota in quella corsa a ritroso degli anni — quando [pg!77] Giorgio era venuto a trovarlo nel suo laboratorio e s'era seduto in un angolo, taciturno, ma con l'aspetto di volergli dir qualcosa, di volergli fare una confessione grave. Perchè mai di quella sera egli si rammentava così bene ogni più piccolo episodio? — Che strana cosa! In quella sera egli provò per la prima volta una specie di presentimento, oppure una di quelle sensazioni inspiegabili che paiono più tardi presentimenti quando il fatto accade.
Era verso l'ora del pranzo, d'inverno, e pioveva. La pioggia produceva di continuo su la gran vetrata del laboratorio quel rumore scrosciante che un secchio d'acqua produce vuotandosi di colpo sovra un lastricato.
Giorgio lo guardava; ed egli era seduto sotto la luce del riflettore, in mezzo a fiale, a storte, a gelatine dense di bacilli. C'era su la tavola un coniglio morto; in una gabbia tre topolini che giravan come trottole.
— Sai, Andrea...
— Ebbene?
— Son persuaso che tu ne riderai, ma devo nondimeno confessarti una cosa...
— Ti ascolto.