— Ecco: mi sono finalmente annoiato di viver solo; ho un'idea fissa, nella testa, o nel cuore, non so... Insomma c'è una ragazza alla quale voglio bene... ed avrei pensato di prender moglie.

— Oh, strano, strano... strano.

E si ricordò di aver sollevato per le orecchie quel coniglio morto, ch'era freddo agghiacciato, e che ricadde come piombo. Certi particolari di nessun rilievo hanno talvolta più valore, più senso, nella memoria, che altri avvenimenti gravi.

Gli sembrò allora, per la prima volta in tutta la vita, che da quelle parole, da quell'attimo, fosse per insorgere un ostacolo fra loro. Ma egli era un incredulo, un negatore: non vi badò.

In quei giorni doveva riferire all'Accademia di Scienze su la scoperta di un nuovo bacillo e sopra un [pg!78] metodo di cura ch'egli proponeva, presentando un siero, che, dapprima combattuto, invalse poi nella medicina come un rimedio indiscusso, lasciando gli stessi medici stupefatti per la rapidità e la potenza de' suoi risultati. Era in quei giorni assorto pienamente dal lavoro, nervoso, irritabile, pervaso da quella febbre che accende l'uomo il quale sappia di possedere in sua mano una forza prodigiosa e debba farla riconoscere dalla ottusa diffidenza di coloro che paventano la novità; non viveva che tra la Clinica ed il laboratorio, trascurando il cibo, accordandosi poche ore di sonno, sostenuto solo da quella incurvabile volontà che gli stava confitta nel cuore come una lama, fino all'elsa, in un legno duro.

E però si rammentava anche la voce di Giorgio, quando gli disse quelle parole; una voce che non gli aveva udita mai, vergognosa o timida, come la voce dell'uomo che debba farsi perdonare una colpa.

Gli aveva risposto, quasi con negligenza:

— Allora ti sei finalmente innamorato... ami... anche tu!... — in quell'«anche» c'era quasi un piccolo disprezzo. Giorgio rispose:

— Anch'io.

E un'altra cosa rammentava, più nitidamente ancora, con una precisione singolare.