Il Paolieri s'appressò al letto; prese macchinalmente il polso del malato, gli toccò la fronte, gli rovesciò un labbro per guardargli le gengive. E questo fece due volte. Poi gli scoverse il petto ed ascoltò il cuore; gli mise una mano sul fianco per esaminare il fegato e gli premette l'intestino.
Nel fare quel che faceva da anni, tante volte al giorno, come nel compiere le pratiche d'un mestiere assiduo, dimenticava perfino la sua soggezione e la presenza stessa di quel gran medico. Faceva tutto ciò con coscienza, assumendo nella sua faccia ruvida un non so che di grave, quasi d'intelligente.
Poi lo ricoverse con delicatezza: ancora una volta gli guardò le gengive, le membrane interne degli occhi, a lungo, e di tutto quell'esame non fece che dire:
— Già... già...
— Le pare? — disse Andrea, attentissimo.
— Già... come lei diceva, Professore... non si tratta che di un grande prostramento... l'iniezione gioverà.
— Sì, facciamola.
Fu allora che il malato aperse gli occhi e stupitamente [pg!84] li guardò. Due, tre volte li aperse, non potendoli tener fermi; e li guardava l'un dopo l'altro, attonito, cercando.
Mosse le labbra, forse per dire un nome... Quale nome?
Certo quello solo che amava, quello inestinguibile, che per lui non moriva nella morte: Novella...