— Ci fu un momento difficile, — spiegava Andrea, — e temendo il peggio, ho desiderato fosse presente anche lei. In due si vede assai meglio e si provvede con maggiore tranquillità.
— Oh, Professore... io debbo ringraziarla, ma non potevo essere che inutile... certamente inutile...
Fino allora, mentre il Ferento esponeva con lucidità la crisi patita dall'infermo ed i rimedi usati, l'ottimo Paolieri non aveva rivolto che qualche sguardo distratto al giacente, standosene assorto nelle parole del narratore come se volesse mostrargli di non perderne una. E di continuo faceva con la testa un segno d'assenso, anche dove questo appariva superfluo.
Ogni tanto intercalava, come una litania:
— Vedo, vedo, vedo... — Forse non vedeva nulla, tanta era la sua confusione.
— Per fortuna, — seguitava il Ferento, — in capo d'un certo tempo, mediante l'iniezione, ho potuto rianimare il cuore, e da vari indizi ho notato che la crisi ancora una volta sarebbe stata vinta senza gravi conseguenze. Ora, più che altro, si tratta di un grande prostramento nervoso, che tende a scomparire. Il respiro [pg!83] è difficile, ma assai meno di prima: il polso debole, ma riprende, — e si potrebbe, se lei crede, fargli un'altra iniezione di caffeina. La dose che gli ho somministrata finora è piccola: una seconda può giovare.
— Ma senza dubbio! — disse il Paolieri. Poi soggiunse: — Oh, scusi... — E in fretta si cavò il soprabito.
Fino allora non s'era nemmeno accorto di portarlo indosso, tanta era l'abitudine che ne aveva; e l'essersi tolto senza necessità quella sua specie di casacca o di giubbone, era il più grande segno di rispetto ch'egli potesse dare ad un uomo.
— Se vuole, — disse Andrea Ferento, quasi a termine del suo parlare, — se vuole, dottore, lo esamini.
Era un invito, sì, ma detto nel modo con cui si propone ad alcuno di fare una cosa del tutto inutile.