Papà Stefano e mamma Francesca facevano entrare il medico Paolieri, ch'era venuto su di corsa e trafelato ansava.
Andrea lo squadrò velocemente, con uno sguardo nemico; l'altro, al solo vederlo, si fece ritroso ed umile, quasi avesse una fredda vergogna di compiere il proprio officio davanti a quel grande salvatore d'uomini. Pareva, più che medico, un buon diavolo di sensale, con i suoi scarponi impolverati, i calzoni stretti che gli facevan due borse alle ginocchia ed un suo certo soprabito, d'un giallo stinto, che portava sempre sbottonato, fino ai mesi del solleone. Aveva la faccia adusta, la mano del vangatore, una grigia capigliatura spettinata che gli metteva qualche ricciolo su la fronte intarsiata di rughe; aveva gli occhi vivaci, il naso forte, un paio di baffi tagliati a spazzola, duri come setole.
— Professore... — articolò, con una specie d'inchino.
Per lui il malato era una cosa del tutto secondaria in quel momento; ciò che lo stordiva era di trovarsi davanti al grande clinico, al medico illustre, all'uomo di battaglia e di scienza che l'intero mondo ammirava come un prodigioso rinnovatore della medicina moderna.
— Professore... — mormorò un'altra volta, — è lei che mi ha fatto chiamare?...
Sudava, pover'uomo, a grosse gocciole, ma non osava rasciugarsi la fronte.
[pg!82] — Ella è il medico del paese? — domandò Andrea Ferento, senza indietreggiare dal letto dell'infermo, come se vi stesse a guardia.
— Sì, signor Professore, io sono il medico condotto... — rispose il Paolieri, con un altro inchino più goffo.
Ci si vedeva poco nella camera: Andrea fece segno a papà Stefano di aprire a metà un'imposta, e fu Maria Dora che, scivolando dietro il padre, andò alla finestra. Andrea aveva ritrovata la piena padronanza di sè. Tenendosi ritto parlava con gesti sobrii, guardando ora il malato, ora il medico, dando ragguagli esatti su quanto era accaduto.
C'era più luce ora, ma il letto rimaneva nella penombra, con quell'uomo supino e fermo, che pareva non desse alcun segno di vita.