Ella non conosceva Roma: il nome stesso d'una città ignota rappresentava, per il suo cuore di errante, una bellezza più luminosa della vita, una più grande anima da indovinare.
[pg!101] Allora una mattina partì col treno che di Francia vàlica le gloriose Alpi, e scese verso Roma incoricabile, Roma dalle cento basiliche, Roma la regina dei secoli, che brilla e canta sul divino Tevere...
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L'alba era già bianca dietro i vetri, quand'ella finiva di raccontare. [pg!102]
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I.
Ogni mattina, con una puntualità irritante, giungeva a Torre Guelfa il procaccia, portando una lettera di Edoarda, e tutti i giorni, alla stessa ora, con lo stesso tono di voce, Marta, la figlia di Lazzaro, battendo all'uscio della nostra camera mi annunziava dalla soglia:
— Una lettera per il signore.
— Bene: méttila nel mio studio.
I giornali e l'altra corrispondenza venivan per consueto nel pomeriggio; ma essa, quella busta cinerina, con un suggello di ceralacca violetta, con l'indirizzo che pareva sempre ricalcato sul medesimo stampo, metteva quasi uno studio particolare nel giunger sola, immancabilmente sola, come se mai non la ferissero i disguidi postali nè le traversìe del viaggio. Di quella lettera tutto mi affliggeva: la forma, la scrittura, lo stile, il senso, la monotona tristezza.