V'era, per esempio, nella sala grande, legato all'intarsio d'uno stipo con un nastro senza più colore, un calendario di vent'anni addietro, il quale, sopra un foglio giallo, segnava il giorno ventidue di Novembre — Santa Cecilia Vergine — un venerdì.

Oh, com'era pieno di mistero quel calendario vecchio di vent'anni, fermatosi ad una estate di San Martino! E, chissà mai per qual motivo, dopo quel giorno così remoto la mano calma dell'abitatrice non aveva potuto sfogliarlo più....

Così pure, in un angolo, dal braccio proteso di una statua moresca d'ebano dipinto, pendeva una borsa da lavoro, fatta di una stoffa che pareva broccato, a fiorami verdi e oro, con molta polvere nelle sue pieghe. Di fianco al pianoforte erano fasci di spartiti ammucchiati negli scaffali da chissà quanti anni, e lì presso, da un vaso di maiolica, fioriva pomposamente un grande mazzo di penne di pavone. Tutte queste cose parevano essere le abitatrici del luogo taciturno e maravigliarsi della luce, infastidirsi del rumore.

Non avevo mai voluto che gli operai ponessero mano a rinnovar questa dimora, in cui facevo per il consueto brevi e radi soggiorni al tempo dei raccolti.

Il giardino era vasto, invaso dall'esuberanza dei fiori selvatici, tra le piante coltivate che ornavano le serre, i prati, le aiuole. Un ponte di legno rustico varcava un torrentello sotto l'arco d'un padiglione arboreo, ed il giardino continuava di là, perdendosi nella sùbita foresta. Da un lato lo chiudeva il fiume, suscitando un acciottolìo continuo sotto le dense capigliature dei rami; l'acqua corrente alimentava le molteplici fontane. Dall'altro lato era il frutteto, chiuso per intorno da una folta siepe, nella quale s'arrampicava il caprifoglio selvatico.

[pg!107] E i galli, dall'uno all'altro pollaio, prolungavano il loro canto con impetuosa emulazione.

I miei contadini avevano sparsa per le campagne quasi una leggenda su la bellezza di Elena, e tutte le fanciulle, passando, si affacciavano ai cancelli, parlavano e ridevano forte per farsi guardare, quand'ella usciva nel giardino.

La nostra vita era semplice, buona, satura di gioia; talora non conoscevo più limiti alla mia felicità. Mi pareva di riavvicinarmi alla terra, di ritrovare una poesia nuova ne' miracoli della primavera, e spesso mi pervadeva con esaltazione il bisogno di ammirare, di ringraziare, di accogliere più sensi dentro l'anima, di espandere tutte le mie forze fino all'esaurimento. I giorni passavano per noi con una rapidità incredibile, così da farci perdere la nozione del tempo. Avevamo quasi paura di guardar lontano, ed entrambi, come per una concordia pattuita in silenzio, indugiavamo inerti nella delizia dell'ora fugace. Una vita sovrabbondante si agitava in noi, prostrandoci a volte sotto l'eccesso della sua violenza e rendendoci soavemente neghittosi ad ogni sforzo morale.

Invece le nostre virtù comunicative si erano estremamente affinate: un gesto di Elena mi faceva comprendere il suo pensiero, come una mia parola sapeva esprimerle tutto il mio mondo interiore. La sua vita intima cadeva sotto il dominio vigile de' miei sensi, ed il mio spirito non faceva che ardere nel maraviglioso e continuo desiderio di lei.

Elena veramente aveva compiuto il miracolo di rendermi la mia giovinezza, come un fresco dono, e tutto il mio sopito essere in lei si rigenerava.