Alle volte mi pareva che le fosse rimasta una inguaribile nostalgia della sua vita vagabonda, un bisogno intimo di tornare all'avventura, di riaffrontare il pericolo, e paventavo il giorno in cui avrebbe ricominciato il suo cammino, mossa da una forza incontrastabile, considerando anche l'amore come un episodio del suo viaggio, come un incontro necessario fatto per via.

[pg!108] Ella passava tutto il giorno per lo più nel giardino, a cucire o leggere sotto la pergola di vite americana, che si partiva da un fianco della casa e radendo il muro di confine scendeva sino al cancello con un lento pendìo. Fuori si vedeva la strada fare una svolta rapida e serpeggiare per la breve collina verso le case del villaggio, che si raggruppavano adagiate su la falda.

L'aria della campagna inebbriava Elena; le forze della natura si comunicavano entro il suo corpo vibrante, aumentavano i battiti delle sue vene, moltiplicavano le vibrazioni del suo pensiero.

— Tu non sai quanto sono felice qui! — mi diceva talora, con un atto fervido, come per abbracciare in sè tutta la gioia che le rideva intorno. Ed in quell'atto ella pareva comprendere la libertà, la luce, i fiori, le canzoni che venivano per l'aria, le musiche delle fontane pullulanti da un nascondiglio inaccessibile nella montagna, il belar delle mandrie abbeverate al fiume, lo squittire, le gorgheggiate, i frulli che animavano il verde, il sapore di biade giovini e di polle feraci che si esprimeva dalla potenza originaria della terra, e più lontano, più in alto, nel sole, nel vuoto, nel vento, lo smisurato arco di trionfo che formavano all'orizzonte le torme di nubi fuggiasche, raggiando l'apoteosi d'un incendio su la invisibile magnificenza del mare.

In lei vivevano tutte le seduzioni raccolte. Così, per un'arte inconsapevole, i suoi gesti, la sua pettinatura, la foggia ed il colore degli abiti che vestiva, la guisa di allacciarsi un nastro intorno alla gola o di mettersi un fiore nei capelli, tutte le cose infine che appartenevano a lei, non eran che segni diversi d'un'armonia sola, e la sua bellezza le continuava intorno, rimanendo come un solco nell'aria dov'era passata.

Un giorno mi avvenne di comparare la sua vita molteplice alla fioritura di un melo possente che prosperava nel mezzo del frutteto, parendo esaudire un sogno di eterna dionisiaca primavera.

Il suo tronco basso e nodoso cresceva dal margine del [pg!109] prato sopra un quadrivio di sentieri, ed all'altezza d'una fronte d'uomo si fendeva in due bracci minori, che poi divergevano alquanto e s'innalzavano, prolificando una alberatura vasta, intricatissima, sovrabbondevole, dando quasi l'immagine di un serpaio gigantesco pervaso da una follìa di contorsione.

Appena, fra gli interstizi, appariva il tenue verdeggiare delle foglie novelle, ma sopra, ma dentro, ma intorno, su la vetta dei rami e nel loro spessore, a ciuffi, a pennacchi, a mazzi, a stelle, a rose, a ghirlande, con una profusione inverosimile, con una densità più folta che non sia l'erba nelle campagne selvagge o nei prati maggesi, la rosea fioritura del melo esercitava su la pianta madre una specie di soffocazione, con uno sfoggio ed uno sperpero di colore così eccessivo, ch'esso pareva comunicarsi anche all'aria circostante, all'ombra delineata sul terreno, a tutte le cose che poi si guardavano, ritogliendo le pupille un po' ebbre da quella magnificenza floreale.

Avevano per l'aria, quelle innumerevoli corolle, un'apparenza di filigrane delicatissime, una leggerezza d'ali di farfalle, che il vento faceva palpitare con frequenza mettendo in quel roseo fiorire una specie di scolorimento, un'improvvisa oscillazione bianca. E tutto, per una zona intorno al melo, era invaso da quella esuberanza di fiori. Cadendo, ingombravano il fogliame, pendevano dalle congiunture dei rami, si addensavano entro le cavità del tronco, ne aderivano alla corteccia muscosa, oscillavano sui ragnateli, coprivano di un tappeto soffice la terra, l'erba, le siepi, spandendo nell'aria soave una balsamica fragranza di miele.

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